lunedì 26 marzo 2007

Dealin' with the Devil (Intro da "Dealin' with the Devil, cultura e religioni Africane nel Blues di E.Forlini)


..."If you want to learn how to make songs yourself, you take your guitar and you go to where the road crosses that way, where a crossroads is. Get there, be sure to get there just a little 'fore 12 that night so you know you'll be there. You have your guitar and be playing a piece there by yourself...A big black man will walk up there and take your guitar and he'll tune it. And then he'll play a piece and hand it back to you. That's the way I learned to play anything I want." (Tommy Johnson)

INTRODUZIONE

Il blues rappresenta l’espressione più autentica e travolgente del fenomeno della “black music”, nato agli albori del secolo dalla fusione di suoni di remote terre, ormai quasi dimenticate, e parole che tentano disperatamente, nell’incertezza di una lingua pronunciata male, di raccontare le pressanti esigenze di passioni represse e di fuochi che neppure le torbide acque del Mississippi erano riuscite a spegnere.
Storie raccontate da uomini nel cui sangue, attraverso varie generazioni, si era conservata l’essenza dell’Africa, i segreti di un antico popolo che, né l’uomo bianco né il tempo, avrebbero mai potuto cancellare.
Uomini dai contorni incerti, evanescenti come il ricordo dei canti tribali; uomini che nelle loro vite di raminghi ebbero poco e a volte meno, strade polverose e un futuro da inventare ogni istante, una chitarra o un’armonica per parlare a se stessi e raccontarlo agli altri.
A chi ebbe la fortuna di incontrarli, però, sembrarono delle divinità quando, abbracciando i propri strumenti, svanivano in quel ritmo incalzante trascinato in avanti da un suono sofferto e sofferente.
Uomini dalle voci roche e consumate o sottili e taglienti; uomini che elevandosi al di sopra del sottile lavoro di rimodellamento che i bianchi, nel corso degli anni, avevano meticolosamente operato sul popolo di origine africana, sembrarono a molti dei moderni profeti e ad altri i discepoli del male.
Allo stesso modo in cui l’evoluzione sociale della civiltà africana, le sue radicate credenze religiose e il profondo senso di comunità avevano preoccupato gli americani dalle prime grandi importazioni di schiavi dall’Africa, così, nell’immaginario collettivo della giovane società americana del ‘900, questi individui dovettero rappresentare un grave pericolo per l’equilibrio religioso dominante.
Non nascondevano infatti il loro profondo legame con i residui della cultura Africana: avevano conquistato il popolo con una musica “molto profana”, un genere musicale che non era meramente africano come i “Calls” o i “Work Songs”, ma neanche contaminato da cultura e religione bianca come gli “Spirituals” ed il nascente “Jazz”.
Il Blues raccontava la presa di coscienza di una nuova razza che sapeva di non appartenere più alla terra dei propri avi, ma di essere relegata in un mondo che non avrebbe mai accettato di considerarli propri figli.
Mentre l’Europa si era volutamente lanciata nell’avventura del nuovo mondo, gli africani non decisero né furono invitati ma presi in prestito per servire al “banchetto del nuovo Eden”.
I bluesmen misero a nudo corpo e anima di ogni afroamericano, la tristezza e l’inevitabilità della storia di un popolo.
Un popolo che, nonostante la condizione di indigenza e la mancanza di educazione, mostrò al mondo le meraviglie della propria arte, una combinazione di realismo e magia popolare, e lasciò alle generazioni future un manifesto che nessuno avrebbe mai potuto cancellare.
Ma sappiamo che le società instabili tendono a demonizzare tutto ciò che minaccia le proprie deboli convinzioni, (per timore o per codardia); l’America era una nazione appena nata, costruita sulle fantasie di chi voleva riscrivere la storia della vecchia Europa che aveva rinnegato o perduto per sempre.
L’Africa invece era il continente più antico del mondo, un continente in cui la tradizione era indissolubilmente legata alla vita di ogni giorno.
Ciò che è pericoloso è male ed il male, nella cultura dell’uomo bianco, è così temuto e pur presente da fornirgli un corpo, un nome e una serie di attributi che ci permettano, all’evenienza, di riconoscerlo quando lo incontriamo e decidere se scappare o se andargli incontro.






1 commento:

Anonimo ha detto...

Leggendo il tuo post, mi sono ricordata di una volta a cena di un racconto analogo di Cesare Basile, amante del blues in modo viscerale.
La tua informazione, la mia formazione.
B.