martedì 30 settembre 2008

Formica e l’inevitabilità di ogni momento


Se avessi avuto un’occasione avrei potuto lasciarla scivolare lentamente lungo le pieghe della mia inebriante immaginazione.
Lontano. Dove la mano non può arrivare ogni volta che vuole. E dove ogni volta qualcosa arriva a rovinare il flusso di emozione.
Formica riflette su quello che succederà a partire da oggi. Mette un fermaglio colorato sul calendario e da qui, dopo l’attesa, infine, si riparte.
Un viaggio senza destinazione. Ci sarà tempo per tutto? Ci sarà modo di soffermarsi ad ascoltare?
Timore. Una paura durata tutta la notte. La paura della scelta che condiziona, la tristezza dell’inevitabilità. Anche stavolta niente è andato come volevo. E adesso cosa succederà? Una discesa, come vorrei una discesa. Una lieve pendenza verso almeno uno dei miei desideri.
Così diceva a se stessa Formica, con gli occhi rivolti al soffitto sbiadito dall’umidità della pioggia instancabile, che da due settimane continuava a sfogarsi contro la terra e l’acqua del mare che ribolliva finemente sotto le sue sfacciate frecce.
Avrebbe voluto parlarne con qualcuno, ma anche per quello era il momento sbagliato, lo sapeva e allora che fare? Avrebbe voluto essere abbracciata, ma purtroppo non era il momento e allora che fare? Decise di rannicchiarsi con le ginocchia vicine al petto, che si muoveva in modo esagerato sotto la spinta dei respiri profondi. Sì, decise che era meglio così, lo sapeva fare, era abituata, lo sapeva che se si fosse concentrata, sarebbe passato e, per un po’, rimasto confinato all’ombra di un ingenuo e spensierato sorriso.
Se almeno ci fosse il sole. Se smettesse di piovere e potessi andare a toccare il sale. Rimango qui e aspetto. Poi farò qualche telefonata. Avrò fatto la scelta giusta? Non ci devo pensare, tanto non potevo fare altro. Forse dovevo partire, forse dovevo andare via. Per sempre stavolta. E poi? Non potevo farlo, non era il momento giusto. Una settimana prima sì, quello sarebbe stato il momento giusto e poi…tutto è cambiato di nuovo. E cambierà ancora, lo so. E allora sarò ancora in tempo per fare le valigie?
Formica strinse un’altro po’ le braccia intorno alle gambe, aveva freddo, quando pensava le sembrava sempre di avere molto freddo.
Il giorno dopo tutto era confuso come un ricordo e fece fatica a ricordare se fosse un sogno o la realtà. Una strana agitazione le si attaccò improvvisamente allo stomaco, dentro, in un punto profondo che forse neanche esiste. Si alzò dal letto e si trascinò svogliata verso la finestra, pronta allo spettacolo della terra scurita dalla pioggia e dell’asfalto che rifletteva le luci dei lampioni ancora accesi. Chiuse gli occhi per un attimo assalita dalla luce, tanta luce. Il cielo era azzurro e l’aria aveva quello strano odore di erba asciugata al sole. Respirò profondamente e si sentì leggera, tutto sembrava meno offuscato e la mail che arrivò lo stesso giorno sapeva di novità, sapeva di cambiamento.
Formica era di nuovo in viaggio. Ancora un mese e poi la monotonia che iniziava ad incalzare sarebbe di nuovo scomparsa e il suo animo inquieto si placò. Avrebbe voluto chiamare Riù per dirglielo, ma non era il momento giusto. Era anche quella una soluzione infondo, non era quella che sperava ma un’avventura è sempre una inevitabile emozione.
Si passò la mano tra i capelli spostandoli un po’ indietro, come faceva ogni volta che s'intristiva improvvisamente, ma quella era una giornata di sole e non c’era posto per nessuna malinconia.

martedì 19 agosto 2008

Formica and the last thought

Formica was there, sitting on the sand, a couple of metres away from the water coming and going regularly with a fresh smell of salt.
She was sitting with her arms strongly held around her legs, staring at the dark line dividing the sea from the sky, waiting for an answer.
Thinking. She was thinking in English, because she wanted a good reason for hadn’t been understood.
Don’t you understand me? No? That’s right, perhaps it’s ‘couse of my English.

Formica, she went there by night because she wanted no light shining over the water leaving her body to drop sadly down the sand. Nobody could see her.
Can you see the pain in my face? No? That’s right, perhaps it’s because it’s too dark in here.

She was watching every day, like many movies she has learnt by heart, trying to find a way to escape, jumping over the barbed wire of time.
And while thinking she pulled out a paper and read those words, wondering why something that once is so certain, vanishes into the nothing without any good reason.

“Are you coming with me?
No, I can’t and I don’t want.

Why?
There’s a sun shining into my heart, complicated, confused, but He started shinig out of my will, I had little control upon it.

Are you sure this is a true light?
No, I’m not, you know, I’m never sure about something. I fear so I don’t trust. I don’t trust so I always deal with my uncertain balance.

Does he know you are so special and…so fragile?
I hope he will.”

And she read again the choice she made many months ago. Was it right? Was it good?
She thought it was, she thought it was something good.

Does he know you are so special and…so fragile? I don’t know.

domenica 15 giugno 2008

Formica e la prima frase


Formica apre piano la porta, sul pavimento lettere ammucchiate durante la sua assenza. Le raccoglie e le appoggia sulla scrivania. Torna indietro per chiudere la porta, apre le finestre e lascia entrare quell'alito di vento fresco di un estate che si attarda, per rimanere più a lungo quando le spiagge saranno deserte. Formica è contenta di questo. Odia gli ombrelloni ammassati che disturbano la calma ondulata della spiaggia e odia le grida e le voci che coprono il rumore delle onde che arrivano schiumose sulla riva.

Appoggia la valigia in camera e torna alla sua scrivania. Legge le lettere e sorride. Ora è tornata, diversa, cambiata. Con una sensazione di calma mai provata in quell'angolino nascosto della sua anima in cui le tempeste si susseguivano senza tregua. Ora ha nuove parole da scrivere e se anche fossero le ultime, le scriverà per non perderle.

Bisogna vivere per poter scrivere. Formica si è dedicata a vivere in questo periodo. Una pagina nuova, tutta vuota da scrivere e l'attacco è sempre la cosa più difficile. Poi le parole vengono da sole, anche troppo velocemente, quasi a sfuggire. Fa un po' paura vedere quella pagina completamente bianca e pensare di doverla riempire, ma una pagina senza parole non ha senso, non esiste.
La prima frase, l'inizio di tutto, è difficile e torni indietro per cambiarla ogni volta. La prima frase è quella che modifichi ad ogni lettura e non sei mai sicura che sia scritta bene. Troppo fredda o troppo profonda? Troppo lunga o troppo scarna? E cancelli ogni volta mentre le linee e gli asterischi si sovrappongono in un caos malinconico. Riponi il foglio in un cassetto aspettando il momento giusto per continuare a scrivere, l'ispirazione che forse non arriverà perchè quel racconto non era destinato ad uscire dal nulla per diventare parole da sussurrare all'orecchio e da ripercorrere con la fantasia nelle notti insonni. Ma il pensiero di quella pagina si aggrappa a quelli della sera, perchè sai che tra gli scarabocchi c'è l'inizio, quello vero, quello che hai percepito senza ragione. Non può essere sbagliato. Prendi la carta, un po' stropicciata dalle mille cose che hai ammucchiato sopra per non vederla ad ogni apertura e rileggi. Togli le linee, gli asterischi e riscrivi le prime parole, le prime che si erano aggrappate a quel foglio solo con la loro caparbietà e voglia di vivere. Leggi di nuovo. Era quella la frase. La prima frase su una pagina bianca e ti accorgi del colore dell'inchiostro. Ecco cos'è cambiato. Ora è blu, come il mare.

Formica è ammaliata da quel blu trasparente, con lucciole brillanti che emergono dal profondo, insondabile, impenetrabile e meraviglioso. Persino il rosso del suo orgoglio di insetto sta svanendo ricoprendosi di sfumature color cielo.

Rilegge la prima frase del racconto, la legge sussurrandola piano per non spaventare le parole, per non farle andare via.


"Il mio animo inquieto si placa, quando..."

martedì 22 aprile 2008

La Prostituta

La strada umida si srotolava davanti a me, mentre un cerchio di fuoco si separava lentamente dall’orizzonte est di questa città che ogni notte m’imprigiona.
L’aria pungente dell’autunno mi riportava lentamente alla normale realtà, quella dell’uomo comune che la notte abbandona il mondo della veglia per rifugiarsi in una vita migliore.
Io camminavo verso la normalità, quella che non mi appartiene. Io appartengo alla notte che mi incatena a braccia che non mi stringono, a baci che non mi sfiorano, a corpi che mi disgustano.
Puttana di periferia.
Le mie scarpe rosse aggredivano l’asfalto, una punta dietro l’altra, premendo con forte rassegnazione, senza chiedermi perché, senza mai voltarmi indietro per non essere accusata dalla mia ombra che si burla di questa forma umana agghindata di vivaci colori.
I tacchi colpivano con sordo rumore, scandivano la mia solitaria marcia alla luce rossa del fuoco che nasce e desta, con impulsiva gioia, corpi assonnati che barcollano verso la vita. Cerchi concentrici di banale umanità.
Io lascio il cerchio alle prime luci dell’alba, confine del mio perverso mondo. L’anima si contorce di mille pensieri, filtra la bugia per ingannare la verità, mentre cammino stringendomi nel mio costume di scena, io pagliaccio del circo della vanità.
Camminavo e rallentai il passo per poterlo osservare.
Il vecchio Luna Park riposa alla luce del sole, come me, assopito nel suo triste riposo, senza stanchezza, rabbioso per le ferite di ruggine che gli anni inclementi e le stagioni non dimenticano di decretare, mentre le luci si accendono ogni sera, di brillanti colori che diventano nastri soffusi nella velocità della corsa. Noi ci sporgiamo e guardiamo in basso dalla giostra che gira mischiando l’odore legnoso di zucchero filato all’aria pungente della sera… inutilmente ci sporgiamo.
In equilibrio precario cerchiamo di afferrare il nastro rosso.
La giostra gira e il mio seggiolino, aggrappato alla catena, vola sempre più in alto, ma la mia mano non si distende, rimane stretta alle sponde di questa gabbia perché ho paura di cadere. Un lungo salto nel vuoto.
Io, puttana della terza via, a sinistra del viale, in fondo al pozzo della mia inevitabile perdizione, guardo verso l’alto e vedo il mondo che vive, quando io sono troppo stanca e vuota anche per dormire.
Osservo i fiori che di notte non posso vedere perché non c’è luce nella terza via, se non quella delle macchine che lentamente si avvicinano al marciapiede.
Infima soluzione alla tristezza, Io vendo dosi di metamore.
Maledetta dalle donne, sciolgo i gioghi del loro buon gusto e riaccendo i fuochi del loro perduto amore.
Dal fondo della mia gabbia, guardo in alto. Potessi almeno vedere la Luna!
Gli sguardi a me si attaccano, come l’asfalto sciolto dal sole, ma oltrepassandomi mi trafiggono, ignorandomi mi precludono la forma umana che riveste il mio corpo di puttana.
Il vecchio era lì, accartocciato come un foglio di carta sulle sue ginocchia, sulla solitaria panchina del viale.
Mi avvicinai e mi sedetti. Il vecchio era curvo sulla sua muta figura, ma mosse una mano verso di me porgendomi un foglio di carta ingiallito.
Mi guardò. I suoi occhi avevano il colore del cielo riflesso nel ghiaccio perenne.
Il tempo aveva disegnato sul suo viso mille strade parallele, segmentate da vicoli irregolari incatenati in profondi abbracci.
Sorrise timidamente e mi disse: “Scrivi su questo foglio quello che sai”.
Scrissi fino a che il sole non fu pieno del suo calore, poi tornai a casa e nel tragitto, camminai dimenticandomi di avere ancora la mia divisa di puttana.

giovedì 10 aprile 2008

The Crossroad (da Dealin' with the Devil, Cultura e religioni Africane nel Blues di E. F.)

The Crossroad is a place where two roads cross at or about right angles and is the subject of religious and folkloric belief all around the world.[1]

La pratica di rituali nei crocicchi conta innumerevoli esempi e testimonianze. Tutti i luoghi comuni sono riconducibili ad una serie d’antiche credenze provenienti un po’ da tutto il mondo.
Nell’antica Grecia, statue commemorative del dio Hermes erano poste nei crocicchi; stessa cosa per il Dio romano Mercurio che ne era considerato il guardiano.
In India, il dio Bhairava, antica versione del grande Dio Siva, vegliava sui crocicchi fuori del circondario dei villaggi e proteggeva le anime dei defunti.
Il folklore africano è probabilmente quello più ricco sotto questo punto di vista. Ogni gruppo culturale aveva la propria versione del “Crossroad God”. Legba, Ellegua, Elegbara, Eshu, Exu, Nbumba Nizla, e Pomba Gira sono alcuni dei nomi africani o afroamericani per designare il Dio guardiano che apriva la via verso l’Aldilà, faceva da intermediario tra il mondo dei vivi e quello dei morti e insegnava mestieri.
Quando il Cristianesimo fu imposto alla cultura africana, questi Dei, che non avevano corrispondenza né affinità con il monoteismo o con i santi, furono etichettati come demoni.
Da questa sovrapposizione di idee nacque la leggenda secondo cui si poteva incontrare il Diavolo ai crocicchi.
La considerazione negativa di tali luoghi e delle apparizioni che lì si verificavano, probabilmente deriva anche dall’influenza di certe leggende celtiche, secondo cui i corpi degli atei o dei criminali erano seppelliti fuori delle mura delle città, in corrispondenza di crocicchi, per preservare il terreno consacrato dalla loro influenza negativa.
Il Diavolo del crossroad era la personificazione di questi spiriti maledetti investiti dei nefandi poteri degli Inferi.
Il crocicchio, quindi, diviene metafora costruita su elementi presi a prestito dalle leggende delle culture che s’incontrarono nel continente americano.
Esso è il luogo di confine tra il terreno e l’ultraterreno, ai margini del civilizzato; un posto che in realtà non apparteneva a nessuno, terreno neutrale perfetto per essere trasformato in un altare in cui fare offerte e praticare rituali magici.
In realtà la fama del crossroad era legata proprio alla possibilità di imparare a governare perfettamente una particolare abilità.
Nelle varie descrizioni dei rituali, infatti, si dice necessario portare sul luogo del rito l’oggetto di cui si desidera acquistare la padronanza.

As this ritual is usually described, you bring the item you want to master – your banjo, guitar, fiddle, deck of cards, or dice – and wait at the crossroads on three or nine specified nights or mornings. On your successive visit, you may witness the mysterious appearances of a series of animals. On your last visit, a big black man will arrive. If you are not afraid and do not run away, he will ask to borrow the item you wish to learn. He will show you the proper way to use the item by using it himself. When he returns it to you, you will suddenly have the gift of greatness. [2]

La credenza che i musicisti, a partire da Robert Johnson, stipulassero patti col “diavolo” probabilmente è un’interpretazione inesatta dei rituali praticati (o praticabili) nei crocicchi. Le stesse comunità nere del sud spesso hanno nominato queste entità con tale termine ma, nessuno ha mai parlato di “Satana” con il significato cristiano del termine, o di anime vendute con il significato che nella tradizione europea medievale è esemplificata dalla già citata leggenda di Faust.
Nei casi in cui il “soul selling” viene menzionato, non è comunque previsto un pegno da scontare in antri infuocati di un Inferno dantesco.
La stessa tipologia delle “richieste” e, soprattutto, il loro fine si discosta dai sogni di gloria e di potere caratteristici di personaggi quali Faust o analoghi.
Come si nota nelle testimonianze raccolte da alcuni studiosi, la pratica di tali rituali è generalmente finalizzata ad ottenere un beneficio pratico, utile alla vita quotidiana.
La divinità del crocicchio non è altro che una reminiscenza o quello che resta del politeismo africano, e solo nell’interpretazione dei bianchi può confondersi con “Satana”, eterno avversario del Dio monoteistico delle religioni Cristiana, Ebrea e Islamica. [...]

[1] www.luckymojo.com, the crossroad rituals, 24/11/2003.
[2] www.luckymojo.com, the crossroad rituals, 24/11/2003.

domenica 23 marzo 2008

Terapie quotidiane

24 Grana Canto pe nun suffri'

Vedo la scrittura come un volo stellare
Volo tra la giogia e la serieta'
L'altra Notte un incubo m'ha fatto svegliare
Sono le risposte della verita'

Ah...Canto pe nun suffri'

Resto a immaginare quando e' chiara la vita
Li' tra le abitudini e la fantasia
Parlo con l'orsetto che vuol farla finita
Dico di sfidare la propria pazzia

Ah...Canto pe nun suffri'

Trovi i soprammobili, ma cerchi la stanza
Qual e' la domanda. l'escatologia
L'unica risposta e' si ha chiuvuto abbastanza
L'acqua sopra l'acqua e la malinconia

Ah...Canto pe nun suffri'

Non vedo la paura vedo solo l'attesa
Espressa in un eccesso di fragilita'
E' comme se fossi 'na guagliona
Canto pe nun suffri'
E nun me vesto eguale

http://www.youtube.com/watch?v=IDtab9hg0fU

martedì 11 marzo 2008


Oggi 11 marzo 2008

Io e Formica compiamo 33 anni!!!!!!!!

Bicchiere di vino e torta per tutti!!

Tanti Auguri a noi e grazie a tutte le amiche e gli amici che mi mandano i messaggini di auguri da stanotte!!
Tanti Auguri a Noi!

sabato 23 febbraio 2008

'F_ _ _ _ _O

Oggi vorrei dire tante cose, troppe così che mi sfuggono dalla mente e non riesco a trascriverle. Però qualcuno (Gnoma, dall'avatar insuperabile) mi ha dato un’idea per risolvere questa mia difficoltà odierna e pensandoci bene….
ma sì una parolina forse mi viene in mente, chiara e a caratteri cubitali...’FANCULO!
Sì…lo so…. Berry e Baol forse ci rimarranno male, loro che mi chiamano “la donna dalla penna delicata e gentile”, ma permettetemi miei cari di lasciare uscire questa parola così liberatoria che mi ronza in testa da due settimane, solo per una volta, siate comprensivi.
E la voglio dire con tutto l’inchiostro di questo piccì (..beh…cos’altro dovrei dire?…con tutti i pixel dello schermo? Ma ognuno di voi avrà uno schermo diverso…quindi ho optato per l’inchiostro che fa più letterario…), a voce la ripeto appunto già da un po’…
Un bel ‘FANCULO (così con l’apostrofo mi ricorda Novecento da piccolo, vi ricordate La Leggenda del Pianista sull’Oceano?) alla sfiga che ha una persona che non lo merita e per cui purtroppo non si può fare altro che starle vicino.
Un rassegnato ‘FANCULO a chi mi assilla giornalmente e non capisce mai quando sarebbe il caso di allentare l’opera di assillo continuo.
Un sentito 'FANCULO al mio lavoro. La scuola fa schifo.
Un enorme 'FANCULO :
a chi ha assaporato il rimpianto prima di quanto previsto, beh fatto bene! Adesso cosa si dovrebbe fare??? Forse non è stato già fatto più di quanto meritato????? Io direi di sì e adesso chi sta bene si rilassa e se lo merita e cchissenefrega!!
A chi…non so, non si capisce, metto un enorme boh?! Non capisco…e quando non capisco mi innervosisco! A scuola odiavo la matematica perché a un certo punto mi si ingarbugliavano le idee e non ci capivo più niente, ecco perché la odiavo, quella roba lì.
Dunque 'FANCULO chi non si capisce e pure la matematica!
Le frazioni…quelle sì, le ho capite, ma solo perché le ho studiate in musica e quella non mi confonde mai le idee, anzi me le chiarisce.
Infatti oggi ho ascoltato musica a tutto volume in macchina e ho cantato a squarciagola, sì, come una matta sulla superstrada fino a casa, ooooooooooohhh che soddisfazione!!!
E sapete come mi ha chiarito le idee??? Mi ha fatto venire in mente questa bellissima parola tanto liberatoria, nel concetto s’intende del suo uso popolare.
La voglio condividere con voi, sperando che la mia teoria vi possa essere di aiuto, all’evenienza.
Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato e non sai perché visto che andava bene fino a due minuti prima, quando la gente sembra non sapere cosa cavolo vuole e pensa di doverlo far pesare agli altri, quando qualcuno è strano…. e beh??? Io sto strana un giorno sì e uno no, eppure me lo tengo per me!....allora c’è una sola cosa da fare:
un bel respiro profondo…
schiarirsi la voce….
e poi pronunciare con tanta passione (quella sempre per carità)
un bel
'FANCULO!
Vedrete starete meglio, potete metterlo nel libro delle pozioni o delle ricette …fate voi.

PS: Berry, Baol…perdonatemi!!!!! :) :) :)

lunedì 11 febbraio 2008

Acqua Salata


Voglio essere acqua, per distendermi su un letto di sabbia sottile.
Calma, per non turbare i granelli indolenziti dal freddo inverno e svogliati al caldo dell’estate.
Salata, per bruciare ogni ferita e guarire la sofferenza che s’insinua nelle lacerazioni dell’anima.

Voglio essere acqua, per estendermi verso spazi infiniti, per esplorare senza limiti i confini di questo misterioso mondo.
Profonda, per inoltrarmi nei fondali oscuri e poter vedere i resti di un mondo antico.
Silenziosa, per ascoltare le voci dei gabbiani che mi raccontano le storie della spiaggia che hanno appena lasciato.

Voglio essere acqua di un mare racchiuso tra due braccia di terra, che mi proteggono dagli uragani dell’oceano che mi ha generato.
Trasparente, perché i raggi del sole mi attraversino per poi tornare indietro e brillare sulla mia pelle.
Limpida, per colorarmi dell’azzurro intenso del cielo e con lui congiungermi correndo verso l’orizzonte.

Voglio essere mare in tempesta, per scagliarmi con rabbia verso la scogliera e a lei lasciare tutte le mie pene, ritirandomi fiera e stanca nella mia culla.

Voglio essere acqua salata, per schiumare verso la spiaggia lasciando conchiglie, come ricordo del mio passaggio.

giovedì 17 gennaio 2008

FORMICA E LA FUNE DI ASFALTO


Formica camminava lungo il ciglio del marciapiede, seguendo minuziosamente la linea dell’asfalto e alternando un piede dietro l’altro, come quando da bambina immaginava di essere funambola sospesa sopra un letto di nuvole.
In equilibrio precario sulla linea immaginaria, si dimentica delle bici che rotolano silenziose lungo la pista ciclabile, guidate da volti già visti ma sconosciuti, immersi anche loro in chissà quali pensieri, pedalando per inerzia per smaltire la vita di ogni giorno. Si dimentica delle auto che annaspano troppo velocemente sulla strada, riversando il loro veleno sulle verdi trecce delle palme e i cespugli di fiori rosa e bianchi che incorniciano il viale.
Sulla linea si alternano delicate dune di sabbia, rubate dal vento alla vicina spiaggia.
Formica lascia scivolare il piede per infrangerle.
Di tanto in tanto tra le ferite del marciapiede spunta un fiorellino giallo, timido e malaticcio, anche lui in bilico tra l’aria salmastra che soffia da est e il respiro affannoso e prepotente della strada.
Il marmo corroso delle balaustre seguiva, attento, il suo percorso, incorniciando il limite della spiaggia come un vecchio quadro abituato alla sua parete, stanco e un po’ annoiato.
Mille storie sbiadite dal tempo si raccontano sulla lunga superficie, quella su cui da ragazzini ci si sedeva per sembrare in tono con i tempi, ognuno con la sua tecnica, per arrampicarsi nel modo più agile e disinvolto possibile.
I pennarelli colorati, per lasciare una frase imparata a memoria in una pagina di diario e tanta fantasia, per immaginare un futuro raggiante e pieno di possibilità.
Formica ricorda i sogni accumulati in quel cassetto invisibile in attesa che uscissero fuori in un fascio di luce brillante, come dalla bacchetta di una strega. Nel frattempo vivi e tutto si evolve intorno a te e ti investe come un vortice. Tu immobile vedi le luci scorrere velocemente intorno a te. Le luci della grande città.
Tutto gira e tu sai solo dondolare, in alto e poi giù schiumando verso la riva del mare.
Poi, un giorno, decidi di aprire il cassetto e trovi tanta polvere, ma sul fondo del tuo ripostiglio segreto si leggono ancora in caratteri incerti i desideri di un tempo, veri e indelebili.
Una fitta leggera, poi un sorriso e sai che è giusto così, che alcuni siano usciti da soli, senza far rumore, senza lasciare scie luminose eppure, sotto forme nuove, si sono materializzati.
Le nuove forme, quelle della donna. I nuovi pensieri, quelli della vita reale.
A tratti la balaustra s’interrompe e gli scalini soffocati dalla sabbia si inclinano lenti verso una distesa di lievi dune puntellate da aspri cespugli e palme nane.
Formica si fermò in bilico sulla fune di cemento su cui stava camminando e osservò oltre il deserto un telo di blu intenso che si congiunge ai vapori azzurri del cielo.
Chiude gli occhi, guarda ancora il fondo del cassetto, su cui sono incise le sue parole ed è felice che siano ancora lì.
Formica riprese a camminare sul ciglio del marciapiede, con lo sguardo verso il basso, seguendo la linea immaginaria della sua fune.
I piedi dei passanti calpestavano allegramente l’asfalto piegato dalle radici degli alberi e qualche cagnolino trotterellava passando da un lato all’altro del passaggio per assaporare minuziosamente con i loro nasi curiosi tutto il modo palpitante sotto di loro.
Ogni tanto un soffio di brezza marina li distoglieva dalla terra e con il muso verso l’alto si fermavano un istante in contemplazione.
Formica, con il naso all’insù, respirava a fondo e si sentiva leggera sulla sua fune di asfalto.


venerdì 4 gennaio 2008

ALI


E se lì, a due passi dal vuoto, ti accorgessi che io non ci sono? Rimarresti sospeso sul bordo del tuo precipizio personale, astuto ribelle che vedi sfuggire le tue lunghe ali di amianto?
Vuoi dondolare su quel bordo, spavaldo, come se fosse la tua naturale inclinazione a farti ondeggiare eppure io non sono lì. Io non ti guardo mentre ti stacchi da terra per fare il tuo salto, tanto so che non lo spiccherai nel vuoto, ma rimarrai lì, a due centimetri dall’angolo che ti separa dal resto dell’aria, quella che respirano tutti.
Cosa accadrebbe se voltandoti indietro, anche per un solo istante, tu perdessi l’equilibrio? Riusciresti ad aggrapparti in tempo alla tua ancora di salvezza personale o ti lanceresti nel vuoto, sperando che le tue splendenti ali d’amianto tornino a dispiegarsi in un lento e ondeggiante volo?
Ora ne vedo mille tutti in fila sul bordo della scogliera, sagome di cartapesta che dondolano come spaventapasseri su un logoro bastone corroso dal tempo. Tutti uguali nel loro movimento incerto. E se li guardi in viso vedrai l’espressione decisa e impavida di chi non ha paura del vuoto sotto di sé, sicuri del proprio precipizio personale.
Pensano di poter saltare quando salirà la prossima marea, quella giusta, quella che aspettano da lunghi secoli abbarbicati sulle rocce rosse di una scogliera tagliata dal vento e dalla salsedine. Pensano.
Sanno che non salteranno mai e se lo faranno non sarà verso il vuoto, rischiando che le loro ali di amianto si dispieghino in lungo ed ondeggiante volo, ma rimarranno dove sono. Un piccolo salto verso l’alto, per ricadere a due centimetri dall’aria che respiriamo.
Se li guardate da lontano, vi sembreranno tante sagome ritagliate nel cartoncino grigio che rappresenta il cielo, ondeggianti e in costante, immobile attesa.
Se li guardate così, non immaginerete mai che hanno lucenti ali di amianto.
Se li vedrete, un giorno, spingeteli con delicatezza verso il precipizio e loro dispiegheranno le loro lucenti ali di amianto, liberi.