martedì 22 aprile 2008

La Prostituta

La strada umida si srotolava davanti a me, mentre un cerchio di fuoco si separava lentamente dall’orizzonte est di questa città che ogni notte m’imprigiona.
L’aria pungente dell’autunno mi riportava lentamente alla normale realtà, quella dell’uomo comune che la notte abbandona il mondo della veglia per rifugiarsi in una vita migliore.
Io camminavo verso la normalità, quella che non mi appartiene. Io appartengo alla notte che mi incatena a braccia che non mi stringono, a baci che non mi sfiorano, a corpi che mi disgustano.
Puttana di periferia.
Le mie scarpe rosse aggredivano l’asfalto, una punta dietro l’altra, premendo con forte rassegnazione, senza chiedermi perché, senza mai voltarmi indietro per non essere accusata dalla mia ombra che si burla di questa forma umana agghindata di vivaci colori.
I tacchi colpivano con sordo rumore, scandivano la mia solitaria marcia alla luce rossa del fuoco che nasce e desta, con impulsiva gioia, corpi assonnati che barcollano verso la vita. Cerchi concentrici di banale umanità.
Io lascio il cerchio alle prime luci dell’alba, confine del mio perverso mondo. L’anima si contorce di mille pensieri, filtra la bugia per ingannare la verità, mentre cammino stringendomi nel mio costume di scena, io pagliaccio del circo della vanità.
Camminavo e rallentai il passo per poterlo osservare.
Il vecchio Luna Park riposa alla luce del sole, come me, assopito nel suo triste riposo, senza stanchezza, rabbioso per le ferite di ruggine che gli anni inclementi e le stagioni non dimenticano di decretare, mentre le luci si accendono ogni sera, di brillanti colori che diventano nastri soffusi nella velocità della corsa. Noi ci sporgiamo e guardiamo in basso dalla giostra che gira mischiando l’odore legnoso di zucchero filato all’aria pungente della sera… inutilmente ci sporgiamo.
In equilibrio precario cerchiamo di afferrare il nastro rosso.
La giostra gira e il mio seggiolino, aggrappato alla catena, vola sempre più in alto, ma la mia mano non si distende, rimane stretta alle sponde di questa gabbia perché ho paura di cadere. Un lungo salto nel vuoto.
Io, puttana della terza via, a sinistra del viale, in fondo al pozzo della mia inevitabile perdizione, guardo verso l’alto e vedo il mondo che vive, quando io sono troppo stanca e vuota anche per dormire.
Osservo i fiori che di notte non posso vedere perché non c’è luce nella terza via, se non quella delle macchine che lentamente si avvicinano al marciapiede.
Infima soluzione alla tristezza, Io vendo dosi di metamore.
Maledetta dalle donne, sciolgo i gioghi del loro buon gusto e riaccendo i fuochi del loro perduto amore.
Dal fondo della mia gabbia, guardo in alto. Potessi almeno vedere la Luna!
Gli sguardi a me si attaccano, come l’asfalto sciolto dal sole, ma oltrepassandomi mi trafiggono, ignorandomi mi precludono la forma umana che riveste il mio corpo di puttana.
Il vecchio era lì, accartocciato come un foglio di carta sulle sue ginocchia, sulla solitaria panchina del viale.
Mi avvicinai e mi sedetti. Il vecchio era curvo sulla sua muta figura, ma mosse una mano verso di me porgendomi un foglio di carta ingiallito.
Mi guardò. I suoi occhi avevano il colore del cielo riflesso nel ghiaccio perenne.
Il tempo aveva disegnato sul suo viso mille strade parallele, segmentate da vicoli irregolari incatenati in profondi abbracci.
Sorrise timidamente e mi disse: “Scrivi su questo foglio quello che sai”.
Scrissi fino a che il sole non fu pieno del suo calore, poi tornai a casa e nel tragitto, camminai dimenticandomi di avere ancora la mia divisa di puttana.

giovedì 10 aprile 2008

The Crossroad (da Dealin' with the Devil, Cultura e religioni Africane nel Blues di E. F.)

The Crossroad is a place where two roads cross at or about right angles and is the subject of religious and folkloric belief all around the world.[1]

La pratica di rituali nei crocicchi conta innumerevoli esempi e testimonianze. Tutti i luoghi comuni sono riconducibili ad una serie d’antiche credenze provenienti un po’ da tutto il mondo.
Nell’antica Grecia, statue commemorative del dio Hermes erano poste nei crocicchi; stessa cosa per il Dio romano Mercurio che ne era considerato il guardiano.
In India, il dio Bhairava, antica versione del grande Dio Siva, vegliava sui crocicchi fuori del circondario dei villaggi e proteggeva le anime dei defunti.
Il folklore africano è probabilmente quello più ricco sotto questo punto di vista. Ogni gruppo culturale aveva la propria versione del “Crossroad God”. Legba, Ellegua, Elegbara, Eshu, Exu, Nbumba Nizla, e Pomba Gira sono alcuni dei nomi africani o afroamericani per designare il Dio guardiano che apriva la via verso l’Aldilà, faceva da intermediario tra il mondo dei vivi e quello dei morti e insegnava mestieri.
Quando il Cristianesimo fu imposto alla cultura africana, questi Dei, che non avevano corrispondenza né affinità con il monoteismo o con i santi, furono etichettati come demoni.
Da questa sovrapposizione di idee nacque la leggenda secondo cui si poteva incontrare il Diavolo ai crocicchi.
La considerazione negativa di tali luoghi e delle apparizioni che lì si verificavano, probabilmente deriva anche dall’influenza di certe leggende celtiche, secondo cui i corpi degli atei o dei criminali erano seppelliti fuori delle mura delle città, in corrispondenza di crocicchi, per preservare il terreno consacrato dalla loro influenza negativa.
Il Diavolo del crossroad era la personificazione di questi spiriti maledetti investiti dei nefandi poteri degli Inferi.
Il crocicchio, quindi, diviene metafora costruita su elementi presi a prestito dalle leggende delle culture che s’incontrarono nel continente americano.
Esso è il luogo di confine tra il terreno e l’ultraterreno, ai margini del civilizzato; un posto che in realtà non apparteneva a nessuno, terreno neutrale perfetto per essere trasformato in un altare in cui fare offerte e praticare rituali magici.
In realtà la fama del crossroad era legata proprio alla possibilità di imparare a governare perfettamente una particolare abilità.
Nelle varie descrizioni dei rituali, infatti, si dice necessario portare sul luogo del rito l’oggetto di cui si desidera acquistare la padronanza.

As this ritual is usually described, you bring the item you want to master – your banjo, guitar, fiddle, deck of cards, or dice – and wait at the crossroads on three or nine specified nights or mornings. On your successive visit, you may witness the mysterious appearances of a series of animals. On your last visit, a big black man will arrive. If you are not afraid and do not run away, he will ask to borrow the item you wish to learn. He will show you the proper way to use the item by using it himself. When he returns it to you, you will suddenly have the gift of greatness. [2]

La credenza che i musicisti, a partire da Robert Johnson, stipulassero patti col “diavolo” probabilmente è un’interpretazione inesatta dei rituali praticati (o praticabili) nei crocicchi. Le stesse comunità nere del sud spesso hanno nominato queste entità con tale termine ma, nessuno ha mai parlato di “Satana” con il significato cristiano del termine, o di anime vendute con il significato che nella tradizione europea medievale è esemplificata dalla già citata leggenda di Faust.
Nei casi in cui il “soul selling” viene menzionato, non è comunque previsto un pegno da scontare in antri infuocati di un Inferno dantesco.
La stessa tipologia delle “richieste” e, soprattutto, il loro fine si discosta dai sogni di gloria e di potere caratteristici di personaggi quali Faust o analoghi.
Come si nota nelle testimonianze raccolte da alcuni studiosi, la pratica di tali rituali è generalmente finalizzata ad ottenere un beneficio pratico, utile alla vita quotidiana.
La divinità del crocicchio non è altro che una reminiscenza o quello che resta del politeismo africano, e solo nell’interpretazione dei bianchi può confondersi con “Satana”, eterno avversario del Dio monoteistico delle religioni Cristiana, Ebrea e Islamica. [...]

[1] www.luckymojo.com, the crossroad rituals, 24/11/2003.
[2] www.luckymojo.com, the crossroad rituals, 24/11/2003.

domenica 23 marzo 2008

Terapie quotidiane

24 Grana Canto pe nun suffri'

Vedo la scrittura come un volo stellare
Volo tra la giogia e la serieta'
L'altra Notte un incubo m'ha fatto svegliare
Sono le risposte della verita'

Ah...Canto pe nun suffri'

Resto a immaginare quando e' chiara la vita
Li' tra le abitudini e la fantasia
Parlo con l'orsetto che vuol farla finita
Dico di sfidare la propria pazzia

Ah...Canto pe nun suffri'

Trovi i soprammobili, ma cerchi la stanza
Qual e' la domanda. l'escatologia
L'unica risposta e' si ha chiuvuto abbastanza
L'acqua sopra l'acqua e la malinconia

Ah...Canto pe nun suffri'

Non vedo la paura vedo solo l'attesa
Espressa in un eccesso di fragilita'
E' comme se fossi 'na guagliona
Canto pe nun suffri'
E nun me vesto eguale

http://www.youtube.com/watch?v=IDtab9hg0fU

martedì 11 marzo 2008


Oggi 11 marzo 2008

Io e Formica compiamo 33 anni!!!!!!!!

Bicchiere di vino e torta per tutti!!

Tanti Auguri a noi e grazie a tutte le amiche e gli amici che mi mandano i messaggini di auguri da stanotte!!
Tanti Auguri a Noi!

sabato 23 febbraio 2008

'F_ _ _ _ _O

Oggi vorrei dire tante cose, troppe così che mi sfuggono dalla mente e non riesco a trascriverle. Però qualcuno (Gnoma, dall'avatar insuperabile) mi ha dato un’idea per risolvere questa mia difficoltà odierna e pensandoci bene….
ma sì una parolina forse mi viene in mente, chiara e a caratteri cubitali...’FANCULO!
Sì…lo so…. Berry e Baol forse ci rimarranno male, loro che mi chiamano “la donna dalla penna delicata e gentile”, ma permettetemi miei cari di lasciare uscire questa parola così liberatoria che mi ronza in testa da due settimane, solo per una volta, siate comprensivi.
E la voglio dire con tutto l’inchiostro di questo piccì (..beh…cos’altro dovrei dire?…con tutti i pixel dello schermo? Ma ognuno di voi avrà uno schermo diverso…quindi ho optato per l’inchiostro che fa più letterario…), a voce la ripeto appunto già da un po’…
Un bel ‘FANCULO (così con l’apostrofo mi ricorda Novecento da piccolo, vi ricordate La Leggenda del Pianista sull’Oceano?) alla sfiga che ha una persona che non lo merita e per cui purtroppo non si può fare altro che starle vicino.
Un rassegnato ‘FANCULO a chi mi assilla giornalmente e non capisce mai quando sarebbe il caso di allentare l’opera di assillo continuo.
Un sentito 'FANCULO al mio lavoro. La scuola fa schifo.
Un enorme 'FANCULO :
a chi ha assaporato il rimpianto prima di quanto previsto, beh fatto bene! Adesso cosa si dovrebbe fare??? Forse non è stato già fatto più di quanto meritato????? Io direi di sì e adesso chi sta bene si rilassa e se lo merita e cchissenefrega!!
A chi…non so, non si capisce, metto un enorme boh?! Non capisco…e quando non capisco mi innervosisco! A scuola odiavo la matematica perché a un certo punto mi si ingarbugliavano le idee e non ci capivo più niente, ecco perché la odiavo, quella roba lì.
Dunque 'FANCULO chi non si capisce e pure la matematica!
Le frazioni…quelle sì, le ho capite, ma solo perché le ho studiate in musica e quella non mi confonde mai le idee, anzi me le chiarisce.
Infatti oggi ho ascoltato musica a tutto volume in macchina e ho cantato a squarciagola, sì, come una matta sulla superstrada fino a casa, ooooooooooohhh che soddisfazione!!!
E sapete come mi ha chiarito le idee??? Mi ha fatto venire in mente questa bellissima parola tanto liberatoria, nel concetto s’intende del suo uso popolare.
La voglio condividere con voi, sperando che la mia teoria vi possa essere di aiuto, all’evenienza.
Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato e non sai perché visto che andava bene fino a due minuti prima, quando la gente sembra non sapere cosa cavolo vuole e pensa di doverlo far pesare agli altri, quando qualcuno è strano…. e beh??? Io sto strana un giorno sì e uno no, eppure me lo tengo per me!....allora c’è una sola cosa da fare:
un bel respiro profondo…
schiarirsi la voce….
e poi pronunciare con tanta passione (quella sempre per carità)
un bel
'FANCULO!
Vedrete starete meglio, potete metterlo nel libro delle pozioni o delle ricette …fate voi.

PS: Berry, Baol…perdonatemi!!!!! :) :) :)

lunedì 11 febbraio 2008

Acqua Salata


Voglio essere acqua, per distendermi su un letto di sabbia sottile.
Calma, per non turbare i granelli indolenziti dal freddo inverno e svogliati al caldo dell’estate.
Salata, per bruciare ogni ferita e guarire la sofferenza che s’insinua nelle lacerazioni dell’anima.

Voglio essere acqua, per estendermi verso spazi infiniti, per esplorare senza limiti i confini di questo misterioso mondo.
Profonda, per inoltrarmi nei fondali oscuri e poter vedere i resti di un mondo antico.
Silenziosa, per ascoltare le voci dei gabbiani che mi raccontano le storie della spiaggia che hanno appena lasciato.

Voglio essere acqua di un mare racchiuso tra due braccia di terra, che mi proteggono dagli uragani dell’oceano che mi ha generato.
Trasparente, perché i raggi del sole mi attraversino per poi tornare indietro e brillare sulla mia pelle.
Limpida, per colorarmi dell’azzurro intenso del cielo e con lui congiungermi correndo verso l’orizzonte.

Voglio essere mare in tempesta, per scagliarmi con rabbia verso la scogliera e a lei lasciare tutte le mie pene, ritirandomi fiera e stanca nella mia culla.

Voglio essere acqua salata, per schiumare verso la spiaggia lasciando conchiglie, come ricordo del mio passaggio.

giovedì 17 gennaio 2008

FORMICA E LA FUNE DI ASFALTO


Formica camminava lungo il ciglio del marciapiede, seguendo minuziosamente la linea dell’asfalto e alternando un piede dietro l’altro, come quando da bambina immaginava di essere funambola sospesa sopra un letto di nuvole.
In equilibrio precario sulla linea immaginaria, si dimentica delle bici che rotolano silenziose lungo la pista ciclabile, guidate da volti già visti ma sconosciuti, immersi anche loro in chissà quali pensieri, pedalando per inerzia per smaltire la vita di ogni giorno. Si dimentica delle auto che annaspano troppo velocemente sulla strada, riversando il loro veleno sulle verdi trecce delle palme e i cespugli di fiori rosa e bianchi che incorniciano il viale.
Sulla linea si alternano delicate dune di sabbia, rubate dal vento alla vicina spiaggia.
Formica lascia scivolare il piede per infrangerle.
Di tanto in tanto tra le ferite del marciapiede spunta un fiorellino giallo, timido e malaticcio, anche lui in bilico tra l’aria salmastra che soffia da est e il respiro affannoso e prepotente della strada.
Il marmo corroso delle balaustre seguiva, attento, il suo percorso, incorniciando il limite della spiaggia come un vecchio quadro abituato alla sua parete, stanco e un po’ annoiato.
Mille storie sbiadite dal tempo si raccontano sulla lunga superficie, quella su cui da ragazzini ci si sedeva per sembrare in tono con i tempi, ognuno con la sua tecnica, per arrampicarsi nel modo più agile e disinvolto possibile.
I pennarelli colorati, per lasciare una frase imparata a memoria in una pagina di diario e tanta fantasia, per immaginare un futuro raggiante e pieno di possibilità.
Formica ricorda i sogni accumulati in quel cassetto invisibile in attesa che uscissero fuori in un fascio di luce brillante, come dalla bacchetta di una strega. Nel frattempo vivi e tutto si evolve intorno a te e ti investe come un vortice. Tu immobile vedi le luci scorrere velocemente intorno a te. Le luci della grande città.
Tutto gira e tu sai solo dondolare, in alto e poi giù schiumando verso la riva del mare.
Poi, un giorno, decidi di aprire il cassetto e trovi tanta polvere, ma sul fondo del tuo ripostiglio segreto si leggono ancora in caratteri incerti i desideri di un tempo, veri e indelebili.
Una fitta leggera, poi un sorriso e sai che è giusto così, che alcuni siano usciti da soli, senza far rumore, senza lasciare scie luminose eppure, sotto forme nuove, si sono materializzati.
Le nuove forme, quelle della donna. I nuovi pensieri, quelli della vita reale.
A tratti la balaustra s’interrompe e gli scalini soffocati dalla sabbia si inclinano lenti verso una distesa di lievi dune puntellate da aspri cespugli e palme nane.
Formica si fermò in bilico sulla fune di cemento su cui stava camminando e osservò oltre il deserto un telo di blu intenso che si congiunge ai vapori azzurri del cielo.
Chiude gli occhi, guarda ancora il fondo del cassetto, su cui sono incise le sue parole ed è felice che siano ancora lì.
Formica riprese a camminare sul ciglio del marciapiede, con lo sguardo verso il basso, seguendo la linea immaginaria della sua fune.
I piedi dei passanti calpestavano allegramente l’asfalto piegato dalle radici degli alberi e qualche cagnolino trotterellava passando da un lato all’altro del passaggio per assaporare minuziosamente con i loro nasi curiosi tutto il modo palpitante sotto di loro.
Ogni tanto un soffio di brezza marina li distoglieva dalla terra e con il muso verso l’alto si fermavano un istante in contemplazione.
Formica, con il naso all’insù, respirava a fondo e si sentiva leggera sulla sua fune di asfalto.


venerdì 4 gennaio 2008

ALI


E se lì, a due passi dal vuoto, ti accorgessi che io non ci sono? Rimarresti sospeso sul bordo del tuo precipizio personale, astuto ribelle che vedi sfuggire le tue lunghe ali di amianto?
Vuoi dondolare su quel bordo, spavaldo, come se fosse la tua naturale inclinazione a farti ondeggiare eppure io non sono lì. Io non ti guardo mentre ti stacchi da terra per fare il tuo salto, tanto so che non lo spiccherai nel vuoto, ma rimarrai lì, a due centimetri dall’angolo che ti separa dal resto dell’aria, quella che respirano tutti.
Cosa accadrebbe se voltandoti indietro, anche per un solo istante, tu perdessi l’equilibrio? Riusciresti ad aggrapparti in tempo alla tua ancora di salvezza personale o ti lanceresti nel vuoto, sperando che le tue splendenti ali d’amianto tornino a dispiegarsi in un lento e ondeggiante volo?
Ora ne vedo mille tutti in fila sul bordo della scogliera, sagome di cartapesta che dondolano come spaventapasseri su un logoro bastone corroso dal tempo. Tutti uguali nel loro movimento incerto. E se li guardi in viso vedrai l’espressione decisa e impavida di chi non ha paura del vuoto sotto di sé, sicuri del proprio precipizio personale.
Pensano di poter saltare quando salirà la prossima marea, quella giusta, quella che aspettano da lunghi secoli abbarbicati sulle rocce rosse di una scogliera tagliata dal vento e dalla salsedine. Pensano.
Sanno che non salteranno mai e se lo faranno non sarà verso il vuoto, rischiando che le loro ali di amianto si dispieghino in lungo ed ondeggiante volo, ma rimarranno dove sono. Un piccolo salto verso l’alto, per ricadere a due centimetri dall’aria che respiriamo.
Se li guardate da lontano, vi sembreranno tante sagome ritagliate nel cartoncino grigio che rappresenta il cielo, ondeggianti e in costante, immobile attesa.
Se li guardate così, non immaginerete mai che hanno lucenti ali di amianto.
Se li vedrete, un giorno, spingeteli con delicatezza verso il precipizio e loro dispiegheranno le loro lucenti ali di amianto, liberi.

domenica 23 dicembre 2007

OPEN BLOG


Domani Formica sarà ospite, con un sogno di natale, sul blog di Andrea http://ilchiacchierario.blogspot.com/che ha ideato questa rassegna chiamata "Open Blog" accogliendo alcuni scrittori in casa sua.

Il racconto di Formica ha l'onore di chiudere l'iniziativa.

Buon Natale a tutti
FORMICA E IL VILLAGGIO

Era un pomeriggio bianco e sottile, il cielo, ovattato e appena dipinto da un acquerello di grigio con riflessi come la notte, sfumava leggero e impalpabile.
La sera della vigilia di Natale.
Formica camminava lungo un sentiero brecciato. Non ricordava esattamente la strada che stava percorrendo, ma considerando la sua memoria a intermittenza, sorrideva all’idea e si lasciava ammaliare dal paesaggio che accompagnava il suo viaggio.
Una pianura imbiancata scivolava in ogni direzione e sulla soffice neve si riflettevano le fioche luci provenienti dai casolari vicini al sentiero. Voci di donne che facevano il bucato sulla riva di un allegro fiumiciattolo, rompevano il torpore dell’imbrunire.
Ad un certo punto il sentiero piegava leggermente ad ovest e nel cielo plumbeo filtrava appena il fuoco del tramonto. Un odore acre di legna bruciata si diffondeva prepotentemente nell’aria e Formica ne seguì la scia, attirata dall’idea di un fuoco scoppiettante. Appena in fondo ad una radura ai piedi della collina, c’erano delle baracche di legno e una decina di uomini si adoperavano tra un grande fuoco e una fila di incudini su cui i colpi ritmati dei martelli risuonavano secchi e decisi. Da un lato c’era un fuocherello più piccolo, acceso sotto una specie di casupola fatta con tronchi di alberi tagliati a metà, lì era stato piazzato un tripode di terracotta che emanava leggeri vapori.
Formica si avvicinò ai fabbri.
«Venga signorina, venga a prendere un bicchiere di questo vino caldo. Con questo freddo ci vuole qualcosa di caldo»
Le offrirono una ciotola di legno con vino caldo speziato. L’aroma le salì fino al naso e poi si inabissò verso il centro del petto, divampando in un dolce fuoco. Altri si sedettero vicino a lei a bere e a scaldarsi. C’era un continuo andare di persone sulla strada di fronte. Uomini e donne con cesti, carretti e greggi al loro seguito.
«Dove va tutta quella gente?»
«Sono giunte delle voci. Si muovono tutti verso una capanna.»
Formica si alzò, ringraziò per la bevanda calda e si rimise in cammino, ancora incerta su quale fosse la sua destinazione. Riprese il sentiero principale su cui confluivano le stradine provenienti dalle case disseminate nella pianura.
La neve sembrava essersi dissolta nel nulla e nonostante l’aria fosse sempre pungente, una rigogliosa vegetazione bassa vestiva il terreno, come un soffice manto e sulla strada non c’era più la ghiaia ma un polveroso stato di trucioli di legno. C’erano diversi greggi al pascolo e qua e là spuntavano ammiccati conigli e maialini rosa. Su un lato della via c’era un piccolo ponte di legno che sovrastava uno stagno argentato, in cui anatre di diverse dimensioni galleggiavano con pigrizia.
Un bambino seduto su un enorme sasso, suonava allegramente un flauto di legno, mentre due agnellini saltellavano sul prato puntellato di fiorellini gialli.
Formica continuò a camminare divertita e mentre il cielo si scuriva sempre di più, si accorse che si stavano accendendo delle lucine rosse e blu ai bordi del sentiero e altre bianche costellavano la distesa di prato. Le finestre delle case diventavano punti colorati su uno sfondo indefinito e alzando lo sguardo vide uno spettacolo che le fece trattenere il fiato: una piccola collina da cui scendevano file di luci come fossero dei ruscelli.
Linee ondulate di blu intenso si scioglievano lungo il versante di nuda roccia, terminando sul tetto di una capanna, mentre una gialla si arricciava intorno ai piccoli cespugli disseminati sul lato verde.
Sulla cima si intravedevano due piccole case dal tetto rosso e le mura consumate dalle stagioni, le finestrine simili a minuscoli fori sulla cartapesta erano fiocamente illuminate. Pini secolari le cui punte sembravano leggermente innevate, sovrastavano e proteggevano i rifugi.
Dalle abitazioni partiva una stradina rocciosa che scendeva a spirale dalla collina, illuminata da luci rosse e percorsa da caprette che scendevano verso i pascoli. Un vecchio, con un grande cappello marrone, camminava lento sotto il peso di un fascio di legna tagliata.
Il suono di una zampogna echeggiava sulla valle e impregnava l’aria profumata di resina.
Formica era incantata con il naso all’insù, quando si accorse che c’era un gruppo di persone davanti una grotta ai piedi della montagna.
Si avvicinò timida. La gente del villaggio depositava doni all’ingresso della grotta e rimaneva in silenziosa e immobile contemplazione.
L’arco della cavità era incorniciato di bianche e minuscole lucine. All’interno si vedevano un pagliaio con una mangiatoia in cui erano adagiati a terra un bue e un asino.
Un uomo dalla barba striata di fili argentati e una donna dai lunghi e scuri capelli erano inginocchiati l’uno di fronte all’altro e guardavano un unico punto tra di loro.
Formica si avvicinò e vide un neonato che dormiva in un cesto riempito di paglia.
Il silenzio fu delicatamente interrotto dalla voce di una bambina che intonò una nenia e tutti si sedettero dondolando leggermente al suono della melodia.
Formica aprì gli occhi e guardò in alto aspettandosi di vedere il cielo stellato che avvolgeva la collina con la grotta, ma vide solo il soffitto bianco della stanza e tastò la consistenza del divano su cui era sdraiata.
Le luci del presepe lampeggiavano allegre, illuminando la gente del villaggio che si muoveva immobile verso la grotta. La vecchia cassetta intonava Silent Night con un sottile fruscio.
Formica si alzò stiracchiandosi e si avvicinò alla finestra. La neve aveva smesso di volteggiare nell’aria ovattata e l’acquerello grigio era diventato più intenso.
Il fumo dei camini si alzava leggero e impalpabile diffondendo un odore acre di legna bruciata misto al fresco profumo della neve appena caduta.

martedì 18 dicembre 2007

Blues della nuova via

Ieri avevo i nervi tesi, mi tremavano le gambe, ho cercato di cacciarli via
Questi blues della malasorte, si rincorrono intorno a me.
Ieri avevo i nervi tesi, mi tremavano le gambe, ho cercato di cacciarli via
Questi blues della malasorte, si rincorrono intorno a me.

Ho fatto scintillare i sonagli alla luce della luna per mandarli via
Ho sparso polvere di cannella intorno alla mia casa
Ho fatto scintillare i sonagli alla luce della luna per mandarli via
Ho sparso polvere di cannella intorno alla mia casa

Stamattina mi sono svegliata e loro non c’erano più,
fratelli che sorpresa se n’erano andati via
Stamattina mi sono svegliata e loro non c’erano più,
fratelli che sorpresa se n’erano andati via

Adesso ho questi Blues della nuova via e saltellano nell’aria
Cantano e ridono, mi fanno compagnia.