L’aria pungente dell’autunno mi riportava lentamente alla normale realtà, quella dell’uomo comune che la notte abbandona il mondo della veglia per rifugiarsi in una vita migliore.
Io camminavo verso la normalità, quella che non mi appartiene. Io appartengo alla notte che mi incatena a braccia che non mi stringono, a baci che non mi sfiorano, a corpi che mi disgustano.
Puttana di periferia.
Le mie scarpe rosse aggredivano l’asfalto, una punta dietro l’altra, premendo con forte rassegnazione, senza chiedermi perché, senza mai voltarmi indietro per non essere accusata dalla mia ombra che si burla di questa forma umana agghindata di vivaci colori.
I tacchi colpivano con sordo rumore, scandivano la mia solitaria marcia alla luce rossa del fuoco che nasce e desta, con impulsiva gioia, corpi assonnati che barcollano verso la vita. Cerchi concentrici di banale umanità.
Io lascio il cerchio alle prime luci dell’alba, confine del mio perverso mondo. L’anima si contorce di mille pensieri, filtra la bugia per ingannare la verità, mentre cammino stringendomi nel mio costume di scena, io pagliaccio del circo della vanità.
Camminavo e rallentai il passo per poterlo osservare.
Il vecchio Luna Park riposa alla luce del sole, come me, assopito nel suo triste riposo, senza stanchezza, rabbioso per le ferite di ruggine che gli anni inclementi e le stagioni non dimenticano di decretare, mentre le luci si accendono ogni sera, di brillanti colori che diventano nastri soffusi nella velocità della corsa. Noi ci sporgiamo e guardiamo in basso dalla giostra che gira mischiando l’odore legnoso di zucchero filato all’aria pungente della sera… inutilmente ci sporgiamo.
In equilibrio precario cerchiamo di afferrare il nastro rosso.
La giostra gira e il mio seggiolino, aggrappato alla catena, vola sempre più in alto, ma la mia mano non si distende, rimane stretta alle sponde di questa gabbia perché ho paura di cadere. Un lungo salto nel vuoto.
Io, puttana della terza via, a sinistra del viale, in fondo al pozzo della mia inevitabile perdizione, guardo verso l’alto e vedo il mondo che vive, quando io sono troppo stanca e vuota anche per dormire.
Osservo i fiori che di notte non posso vedere perché non c’è luce nella terza via, se non quella delle macchine che lentamente si avvicinano al marciapiede.
Infima soluzione alla tristezza, Io vendo dosi di metamore.
Maledetta dalle donne, sciolgo i gioghi del loro buon gusto e riaccendo i fuochi del loro perduto amore.
Dal fondo della mia gabbia, guardo in alto. Potessi almeno vedere la Luna!
Gli sguardi a me si attaccano, come l’asfalto sciolto dal sole, ma oltrepassandomi mi trafiggono, ignorandomi mi precludono la forma umana che riveste il mio corpo di puttana.
Il vecchio era lì, accartocciato come un foglio di carta sulle sue ginocchia, sulla solitaria panchina del viale.
Mi avvicinai e mi sedetti. Il vecchio era curvo sulla sua muta figura, ma mosse una mano verso di me porgendomi un foglio di carta ingiallito.
Mi guardò. I suoi occhi avevano il colore del cielo riflesso nel ghiaccio perenne.
Il tempo aveva disegnato sul suo viso mille strade parallele, segmentate da vicoli irregolari incatenati in profondi abbracci.
Sorrise timidamente e mi disse: “Scrivi su questo foglio quello che sai”.
Scrissi fino a che il sole non fu pieno del suo calore, poi tornai a casa e nel tragitto, camminai dimenticandomi di avere ancora la mia divisa di puttana.


