domenica 23 dicembre 2007

OPEN BLOG


Domani Formica sarà ospite, con un sogno di natale, sul blog di Andrea http://ilchiacchierario.blogspot.com/che ha ideato questa rassegna chiamata "Open Blog" accogliendo alcuni scrittori in casa sua.

Il racconto di Formica ha l'onore di chiudere l'iniziativa.

Buon Natale a tutti
FORMICA E IL VILLAGGIO

Era un pomeriggio bianco e sottile, il cielo, ovattato e appena dipinto da un acquerello di grigio con riflessi come la notte, sfumava leggero e impalpabile.
La sera della vigilia di Natale.
Formica camminava lungo un sentiero brecciato. Non ricordava esattamente la strada che stava percorrendo, ma considerando la sua memoria a intermittenza, sorrideva all’idea e si lasciava ammaliare dal paesaggio che accompagnava il suo viaggio.
Una pianura imbiancata scivolava in ogni direzione e sulla soffice neve si riflettevano le fioche luci provenienti dai casolari vicini al sentiero. Voci di donne che facevano il bucato sulla riva di un allegro fiumiciattolo, rompevano il torpore dell’imbrunire.
Ad un certo punto il sentiero piegava leggermente ad ovest e nel cielo plumbeo filtrava appena il fuoco del tramonto. Un odore acre di legna bruciata si diffondeva prepotentemente nell’aria e Formica ne seguì la scia, attirata dall’idea di un fuoco scoppiettante. Appena in fondo ad una radura ai piedi della collina, c’erano delle baracche di legno e una decina di uomini si adoperavano tra un grande fuoco e una fila di incudini su cui i colpi ritmati dei martelli risuonavano secchi e decisi. Da un lato c’era un fuocherello più piccolo, acceso sotto una specie di casupola fatta con tronchi di alberi tagliati a metà, lì era stato piazzato un tripode di terracotta che emanava leggeri vapori.
Formica si avvicinò ai fabbri.
«Venga signorina, venga a prendere un bicchiere di questo vino caldo. Con questo freddo ci vuole qualcosa di caldo»
Le offrirono una ciotola di legno con vino caldo speziato. L’aroma le salì fino al naso e poi si inabissò verso il centro del petto, divampando in un dolce fuoco. Altri si sedettero vicino a lei a bere e a scaldarsi. C’era un continuo andare di persone sulla strada di fronte. Uomini e donne con cesti, carretti e greggi al loro seguito.
«Dove va tutta quella gente?»
«Sono giunte delle voci. Si muovono tutti verso una capanna.»
Formica si alzò, ringraziò per la bevanda calda e si rimise in cammino, ancora incerta su quale fosse la sua destinazione. Riprese il sentiero principale su cui confluivano le stradine provenienti dalle case disseminate nella pianura.
La neve sembrava essersi dissolta nel nulla e nonostante l’aria fosse sempre pungente, una rigogliosa vegetazione bassa vestiva il terreno, come un soffice manto e sulla strada non c’era più la ghiaia ma un polveroso stato di trucioli di legno. C’erano diversi greggi al pascolo e qua e là spuntavano ammiccati conigli e maialini rosa. Su un lato della via c’era un piccolo ponte di legno che sovrastava uno stagno argentato, in cui anatre di diverse dimensioni galleggiavano con pigrizia.
Un bambino seduto su un enorme sasso, suonava allegramente un flauto di legno, mentre due agnellini saltellavano sul prato puntellato di fiorellini gialli.
Formica continuò a camminare divertita e mentre il cielo si scuriva sempre di più, si accorse che si stavano accendendo delle lucine rosse e blu ai bordi del sentiero e altre bianche costellavano la distesa di prato. Le finestre delle case diventavano punti colorati su uno sfondo indefinito e alzando lo sguardo vide uno spettacolo che le fece trattenere il fiato: una piccola collina da cui scendevano file di luci come fossero dei ruscelli.
Linee ondulate di blu intenso si scioglievano lungo il versante di nuda roccia, terminando sul tetto di una capanna, mentre una gialla si arricciava intorno ai piccoli cespugli disseminati sul lato verde.
Sulla cima si intravedevano due piccole case dal tetto rosso e le mura consumate dalle stagioni, le finestrine simili a minuscoli fori sulla cartapesta erano fiocamente illuminate. Pini secolari le cui punte sembravano leggermente innevate, sovrastavano e proteggevano i rifugi.
Dalle abitazioni partiva una stradina rocciosa che scendeva a spirale dalla collina, illuminata da luci rosse e percorsa da caprette che scendevano verso i pascoli. Un vecchio, con un grande cappello marrone, camminava lento sotto il peso di un fascio di legna tagliata.
Il suono di una zampogna echeggiava sulla valle e impregnava l’aria profumata di resina.
Formica era incantata con il naso all’insù, quando si accorse che c’era un gruppo di persone davanti una grotta ai piedi della montagna.
Si avvicinò timida. La gente del villaggio depositava doni all’ingresso della grotta e rimaneva in silenziosa e immobile contemplazione.
L’arco della cavità era incorniciato di bianche e minuscole lucine. All’interno si vedevano un pagliaio con una mangiatoia in cui erano adagiati a terra un bue e un asino.
Un uomo dalla barba striata di fili argentati e una donna dai lunghi e scuri capelli erano inginocchiati l’uno di fronte all’altro e guardavano un unico punto tra di loro.
Formica si avvicinò e vide un neonato che dormiva in un cesto riempito di paglia.
Il silenzio fu delicatamente interrotto dalla voce di una bambina che intonò una nenia e tutti si sedettero dondolando leggermente al suono della melodia.
Formica aprì gli occhi e guardò in alto aspettandosi di vedere il cielo stellato che avvolgeva la collina con la grotta, ma vide solo il soffitto bianco della stanza e tastò la consistenza del divano su cui era sdraiata.
Le luci del presepe lampeggiavano allegre, illuminando la gente del villaggio che si muoveva immobile verso la grotta. La vecchia cassetta intonava Silent Night con un sottile fruscio.
Formica si alzò stiracchiandosi e si avvicinò alla finestra. La neve aveva smesso di volteggiare nell’aria ovattata e l’acquerello grigio era diventato più intenso.
Il fumo dei camini si alzava leggero e impalpabile diffondendo un odore acre di legna bruciata misto al fresco profumo della neve appena caduta.

martedì 18 dicembre 2007

Blues della nuova via

Ieri avevo i nervi tesi, mi tremavano le gambe, ho cercato di cacciarli via
Questi blues della malasorte, si rincorrono intorno a me.
Ieri avevo i nervi tesi, mi tremavano le gambe, ho cercato di cacciarli via
Questi blues della malasorte, si rincorrono intorno a me.

Ho fatto scintillare i sonagli alla luce della luna per mandarli via
Ho sparso polvere di cannella intorno alla mia casa
Ho fatto scintillare i sonagli alla luce della luna per mandarli via
Ho sparso polvere di cannella intorno alla mia casa

Stamattina mi sono svegliata e loro non c’erano più,
fratelli che sorpresa se n’erano andati via
Stamattina mi sono svegliata e loro non c’erano più,
fratelli che sorpresa se n’erano andati via

Adesso ho questi Blues della nuova via e saltellano nell’aria
Cantano e ridono, mi fanno compagnia.

giovedì 6 dicembre 2007

La poetica del "double talk" (seconda parte)


Oltre ad essere la rappresentazione in versi della storia di un popolo, i testi dei blues contengono alcune immagini che rimandano ai “tricks” praticati nei crocicchi.
Anche in questo caso, l’antica religione naturistica africana ci apre la strada alla comprensione di un sistema di credenze, che ha contraddistinto gli usi pratico-religiosi degli afroamericani che non aderirono al cristianesimo, rimanendo fedeli e reinterpretando l’eredità pagana e la primordialità del rapporto con gli elementi della natura.
Gli influssi delle forze presenti nel mondo (entità sovrastanti non personificate) possono avere, sulla vita degli uomini, effetti sia positivi sia negativi.
Nel primo caso l’uomo si protegge rispettando una serie di divieti che riguardano ogni sfera della vita umana (è proibito ad esempio raccogliere una lancia, sedere su di un mortaio, seminare i campi dopo il tramonto etc…); il motivo addotto per questi tabù è che la loro trasgressione annuncia o è causa della morte di qualcuno.
Numerosi sono anche i divieti alimentari, in certe situazioni o ad una determinata età è proibito mangiare alcuni animali o parti di essi.
Come i divieti alimentari ed i tabù linguistici, esistevano altri espedienti per difendersi dalle forze negative: contromisure magiche che conosciamo con il nome di amuleti e talismani.
I primi servono a tenere lontane forze nefaste, i secondi a portare fortuna.
Ne esistono vari tipi, diversi per nome, sostanza ed uso; alcuni si tengono al collo o ai fianchi, possono essere racchiusi in un corno o in una zucca vuota, o avvolti intorno ad un bastoncino.
Gli ingredienti possono essere ossicini e denti di animali, corteccia d’albero, erbe medicinali, baccelli di leguminose, figurine intagliate, cristallo di rocca, capelli, unghia e molte altre cose ancora.
Secondo il suo contenuto, la “confezione” può servire a difendersi dall’assalto di animali feroci durante un viaggio, ad avere fortuna in un commercio, in combattimento o con le donne.
La particolare attrazione esercitata dagli amuleti e dalla concentrazione di forza magica che in essi si può convogliare, viene tramandata alle generazioni nate nel nuovo continente, dove saranno reinterpretate in base alla nuova religione afroamericane subendo anche le influenze delle culture di altri popoli.
*
Now, she is a little queen of spades
and the men will not let her be
Mmm mmm mmm, she is the little queen of spades
and the men will not let her be
Everytime she makes a spread
hoo, fair brown, cold chill just runs all over me
I'm gon' get me a gamblin' woman
if the last thing that I do [...]
Everybody say she got a mojo
now, she's been usin' that stuff
But she got a way trimmin' down
hoo, fair brown, and I mean it's most too tough
Now little girl, since I am the King baby,
and you is a queen
Ooo hoo eee, since I am the King baby,
and you is a queen
Le's us put our heads together
hoo, fair brown, then we can make our money green

R.J., “Little Queen of Spades

venerdì 30 novembre 2007

La poetica del “double talk”

I woke up this mornin' feelin round for my shoes
Know ‘bout at I got these old walkin blues
I woke up this mornin’ feelin’ round oh for my shoes
but you know ‘bout at I got these old walkin’ blues

Lord I feel like blowin’ my woh-old lonesome home…
Well, some people tell me that the worried blues ain't bad
Worst old feelin’ I mostever had
Well, some people tell me that these old worried blues ain't bad
Its the worst old feelin’ I most ever had

Robert Johnson, “Walking Blues

Il problema d’interpretazione dei testi Blues risiede principalmente nel tipo di linguaggio adottato dai bluesmen e in generale dagli afro-americani.
Il fenomeno del linguaggio cifrato denominato double talk e l’ambiguità che ne deriva rappresentano la tendenza e, forse, la necessità dell’uomo di colore di chiusura nei confronti del mondo esterno. Per essere capiti e interpretati, i double talks devono essere relazionati al processo di sfaldamento della personalità operato dall’uomo bianco sugli afroamericani durante il periodo della schiavitù e all’altrettanto degradante annichilimento dopo l’emancipazione.
Dopo il 1863 la gente di colore ebbe ugualmente la necessità di difendersi, facendo leva sul senso di comunità, espresso anche attraverso l’utilizzo di un gergo.
L’identità del gruppo di base trova la sua origine nel carattere primordiale dell’etnicità: gli individui hanno bisogno di “appartenere” e la necessità può essere soddisfatta all’interno di gruppi aventi la stessa origine e cultura.
La poetica del Blues, e i contenuti religiosi e culturali, in essa celati, assunsero il ruolo di esprimere questo bisogno.
In quel momento storico, il senso di comunità ed i messaggi di critica sociale erano esprimibili attraverso il canale musicale quale facile e immediato mezzo di comunicazione.
Il Blues raggiunse lo scopo utilizzando l’allusività e le metafore proprie della lingua degli antenati, incaricandole di descrivere tutti i momenti essenziali del vivere comunitario del suo popolo.
Sono due i principi rintracciabili nella poetica del double talk: da una parte la chiusura totale verso l’esterno, il camuffamento dei sentimenti, che impedisce all’intruso bianco di sapere e capire, dall’altro la necessità dello stesso afroamericano di esorcizzare la propria precarietà interiore attraverso la creazione di metafore, che chiariscano a se stesso le proprie possibilità di sopravvivenza.
Il senso di isolamento, la costrizione in ghetti rurali e urbani, spinse gli afroamericani a conservare le caratteristiche immagini evocate dall’Africa che, dopo tutto, non aveva mai cessato di essere, anche per chi l’avrebbe mai vista, la patria ideale dell’uomo di colore.
L’apice dell’allusività è rappresentato proprio dalla stessa parola “Blues” che non è solo il nome di un genere musicale, ma si arricchisce di vita propria nei testi delle canzoni.
Il termine rappresenta la personificazione di Entità astratte che arrivano a far visita al cantante-musicista, suggerendogli un sentimento o una storia da raccontare.
Una sorta di musa ispiratrice, invocata o autonoma, che si muove all’interno del discorso poetico con una forza che, a volte, sfugge al controllo e la coscienza dell’autore.
[...continua...]

martedì 20 novembre 2007

IL SEME


Io e te, in costante dissimulazione.
Affonda la tua lama e liberami dalla mia ostinazione.

Noi, nati dal seme dello stesso girasole, divisi e trascinati lontano.
Affonda e sentirai le mie carni gridare l’incompatibilità del mio essere terreno.

Io e te, in equilibrio precario, sospesi tra la terra di cui la bocca è piena e l’etere che respiriamo.
Affonda e conserva la mia bile in una flanella rossa, che ovunque ti ricordi il verde prato dove un tempo eravamo un unico seme in costante evoluzione.

Noi, fatti di inconsistente realtà camminiamo su strade lontane tenendoci per mano.
Affonda senza esitare e ascolta il mio silenzio urlare fino all’ultimo sussurrato errore.

Io e te che inciampiamo sulle radici dello stesso girasole.
Noi, lo stesso seme in un campo inondato dal Sole.

Affonda la tua lama, così che io possa dimenticare ogni forma di amore.
Affonda senza pensare e domani io sarò viva e tu morirai senza emozione.

Noi, in costante attesa di redenzione.
Affonda la tua lama.

Io e te, dispersi nella stessa dimensione.

martedì 6 novembre 2007

FORMICA E GLI OGGETTI VOLANTI


Formica era sulla sua fogliamobile, diretta verso la città vicina quando ad un tratto, mentre si lasciva andare ad un assolo sguaiato della canzone su Radioant, qualcosa attirò la sua attenzione. Alla sua destra, apparsi come dal nulla nel cielo grigio che si srotolava sulle fabbriche della Valle del Progresso, cinque figure sferiche nere volteggiavano in aria.
Formica fermò la fogliamobile sul bordo della superbrecciata e rimase ferma ad osservare.
Il tempo stava cambiando il manto del cielo per cedere alla fase blu del giorno, il momento magico in cui le luci e le ombre si incontrano, sfiorandosi per qualche istante e lasciando intravedere appena forme sconosciute ai nostri occhi.
Un leggero vento caldo iniziò improvvisamente a soffiare da ovest e le sfere si esibirono in una danza circolare, delicata e ipnotica.
Formica si sentiva inquieta, ma non riusciva a distogliere lo sguardo, era imprigionata nel movimento monotono che ora si faceva irregolare. Le sfere si agitavano roteando su se stesse, simulando delle figure geometriche intricate e sconosciute, continuando a seguire il cerchio immaginario come se fossero state legate da un filo invisibile.
Lo spazio al centro del cerchio si aprì.
Formica strizzò gli occhi per vedere meglio e fu come se fosse risucchiata nel buco colorato.
Come per magia si trovò in un prato, allegramente punteggiato da variopinti fiorellini e guardandosi meglio intorno si rese conto di essere circondata da una ventina di esserini, simili ai folletti delle fiabe che la osservavano incuriositi.
Qualcuno, più audace degli altri tentava di avvicinarsi per toccarla, ma si ritirava subito saltellando.
Ognuno di loro aveva una cordicella rossa legata al braccio e alzando lo sguardo, Formica si rese conto che alla corda era legato un palloncino. Fece per alzarsi e tutte le creature gridarono impaurite e, pronunciando parole incomprensibili, si staccarono da terra e rimasero sospesi ai loro palloncini colorati.
Iniziò una specie di danza e le vocine si perdevano nell’aria sottile di quel luogo incantato, intonando musiche irreali eppure simili a qualcosa di conosciuto.
I folletti iniziarono a volteggiare su se stessi, seguendo contemporaneamente una linea immaginaria che si chiudeva in un cerchio e improvvisamente si materializzò un enorme cubo che emetteva luci colorate a intermittenza.
Al centro del cubo c’erano dei segni, linee che si incastravano in forme geometriche.
Formica strizzò ancora gli occhi per cercare di decifrare il messaggio in codice contenuto nello strano oggetto e improvvisamente la vista le si schiarì.
Il primo segno aveva la forma del numero otto, poi c’erano due enormi punti uno sopra l’altro, poi una forma circolare, poi un altro codice misteriosissimo che assomigliava invece al numero cinque!
Doveva essere la lingua segreta del posto ma stranamente assomigliava a segni che Formica aveva visto…ma dove? Dov’è che aveva già visto quel codice segreto?
Non riusciva a ricordare, poi ad un tratto la nenia dei folletti svanì nel nulla per lasciare il posto ad terrificante suono di sirena e il cubo divenne sempre più grande fino a scomporsi e solo il codice rimase visibile.
Ora finalmente si riusciva a leggerlo bene: otto, due punti, zero, cinque…ottoduepuntizerocinque…................ottoduepuntizerocinque………………
ottoduepuntizerocinque…........................................................................................
Mentre Formica ripeteva dentro di se il codice, il cielo si aprì e apparvero le cinque sfere che giravano velocissime, e lei si rese conto di essere di nuovo sulla fogliamobile.
Il vento cambiò e si mosse verso est e gli oggetti volanti cambiarono la direzione del loro moto e muovendosi sempre più lentamente restringevano il cerchio fin quando scomparve.
Un bagliore argentato la costrinse a chiudere gli occhi e quando li riaprì era distesa sul suo giaciglio e al suo fianco il cubosveglia suonava e lampeggiava allegramente segnando le 8:05.
Formica allungò la mano per togliere il suono, ma rimase per un po’ a guardare l’arcobaleno di colori che si alternavano senza stancarsi.
Sorrise e accese la radio sperando di ascoltare la canzoncina dei folletti.

mercoledì 31 ottobre 2007

Ricette per aspiranti streghe e maghi

Cari lettori,
dopo lunghi giorni di attesa, (ho viaggiato molto per raccogliere strorie per voi), eccomi di nuovo qui per allietarvi (o angosciarvi!) con le mie parole.
Dato che sono una strega famosa e che questa notte streghe e maghi di tutto il mondo si riuniranno per festeggiare, voglio rendervi partecipi della vita della nostra congregazione.
In particolare vi scriverò le ricette che realizzerò questa sera durante la festa.
Mi raccomando se decidete di farle anche voi, cercate di stare attente a non sbagliare i passaggi e SOPRATTUTTO non fate di testa vostra spinti da un'impulsiva creatività! Gli effetti potrebbero essere terribili.
******
POZIONE ANTINOIA
La pozione antinoia è un potente antidoto al fracassamento di maroni, da usare con parsimonia nelle giornate uggiose, quelle in cui non avevte nulla da fare e vi crogiolate nella depressione cosmica, quelle in cui tutto quello che fate vi schifa e vi fa venire i nervi.
Gli ingredienti vanno raccolti la mattina all'alba perchè devono essere ancora bagnati dalla rugiada che li rende puri. Una volta recuperati devono essere conservati in luogo buio ma molto umido, in un recipiente di vetro verde smeraldo.
INGREDIENTI:
- 5 cime di ortica, meglio prendere le cimette più tenere
- 10 goccie di pioggia che riflettono l'arancio dell'alba
- una ranocchia di torrente
- 7 nontiscordardime appena sbocciati
- una mela marcia
- tre mosche spiaccicate con le mani o con la paletta (mi racomando non le stecchite col raid sennò vi avvelenate da soli)
- 25 peli di gatto tigrato
- una noce
- una manciata di corolle di fiori di campo
- 1 papavero
PREPARAZIONE:
La pozione va preparata il primo giorno di plenilunio.
Mettere tutti gli ingredienti in un calderone di medie dimensioni, aggiungere due litri di acqua di ruscello e accendere un allegro fuocherello. Mescolate energicamente. Quando il composto inizia a bollire aggiungete un pizzico di peperoncino e una bacca di caradamomo. Mescolate due minuti energicamente e poi lasciate bollire per tre ore. Il liquido diventarà di un bellissimo violetto, se assume un altro colore, avete sbagliato qualcosa o gli ingredienti non erano freschi! Ricominciate da capo.
Un bicchiere di pozione e vi sentirete meglio!
******
POZIONE ANTISTRUFFIRUFFI
Questa pozione serve per cacciare via gli spiritelli molesti che vogliono contagiarvi con qualche morbo, il più pericoloso dei quali è quello i cui germi si trasformano in farfalle che svolazano impazzite nel vostro corpo.
Il suo nome deriva dal principe degli spiritelli molesti che si chiama appunto StruffiRuffi, conosciuto per aver contagiato col suo potente morbo una delle più famose streghe del nostro mondo.
Per liberarsene lei ideò questa pozione che riusciva a tenerlo lontano ogni volta che il mascalzone tentava di tornare all'attacco.
L'effetto consiste nel far innervosire la vittima a tal punto che lui decide di sua spontanea volontà (così crede) di andarsene tutto imbronciato e lanciando maledizioni e sproloqui a gran voce.
Gli ingredienti vanno raccolti o procurati rigorosamente al tramonto. La pozione va conservata al buio in un'ampolla di vetro blue con decorazioni argentate.
INGREDIENTI:
- 1 rosa rossa appena sbocciata
- 7 semi di girasole
- 3 conchiglie spezzate raccolte sulla riva
- una manciata di more selvatiche
- il guscio di una noce marcia
- un cucchiaio di yogurt bianco
- un ragno con le zampe lunghe
- una manciata di smarties
- una coda biforcuta di lucertola campagnola
- 5 spezie provenienti da cinque terre diverse
- due zampe di rospo
- il testo di una canzone scritto su carta di riso
- un cucchiaino di sabbia
- un baffo di gatta femmina
- un baffo di gatto maschio
- una formica rossa
- scaglie di carapace di tartaruga marina
- due cucchiai di acqua di mare
PREPARAZIONE:
La pozione va preparata al tramonto, quando la luna calante inizia a mostrare la sua ombra sul rosso del cielo.
Versare gli ingredienti, nell'ordine di presentazione, in un calderone decorato con un girasole. Aggiungere due litri di acqua di ruscello e accendete un bel fuoco dalle lunghe fiamme.
Mescolate delicatamente in senso antiorario. Quando il liquido inizia a bollire aggiungete un pizzico di cannella, sempre continuando a mescolare.
Mentre preparate la pozione, per favore abbiate l'accortezza di non fantasticare su scenette romantiche insieme allo spiritello, intesi??
Per questa pozione non esiste un tempo preciso di preparazione, dovrete aspettare che diventi blu come il cielo. Attenzione alla tonalità, altrimenti non avrà effetto.
Dieci gocce all'evenienza.
******
Bene direi che queste due possano bastare!! Attenzione dovete farle con passione o non riusciranno e non avranno poteri magici!
Buona Pozione

sabato 20 ottobre 2007

Alba di variopinti colori


Distrai la mia anima muta,
inondala di mille parole
luccicanti come stelle.

Sostieni il mio corpo immobile,
muovilo verso il centro
di questo universo in tempesta.

Abbraccia la mia mente instabile,
legala alla tua alba
con variopinti pensieri.

Io mi perdo nel sale, come il mare.

lunedì 8 ottobre 2007

MEMORIE DEL GENERALE KHORA II° capitolo


Fuori piove, non smette da ore…che baffi!!
La serra legnosa è grande come un palazzo dei “Due Zampe”, ma non si può certo dire che sia un Gatta Park!
Distesa qui nel mio giaciglio, costretta all’ozio (io che ho fatto dell’iperattività il mio motto!!), miagolo pensieri.
Sì stavo meditando sulle lucertole.
E’ inutile che raggrinziate il muso, fateli voi dei pensieri più profondi…puff…vorrei proprio vedere.
Ebbene sì, le stramaledette lucertole. Se non fosse per me qui sarebbe un brulicare indegno.
Inoltre sono esseri alquanto strani: non fanno altro che rimanere immobili per ore sotto al sole…che deficienti! Anche noi gatti rimaniamo sdraiati in miagolosi riposini per ore…ma almeno ci mettiamo all’ombra, dove soffi un po’ di venticello che ci solletichi i baffi.
Se almeno si abbronzassero!…e invece mi pare proprio che rimangano costantemente di quel verde marroncino…bleah…(adoro i puntini di sospensione!)
Per chi non lo sapesse…(l’idiota di Cosetta non lo sa di sicuro!) l’abbronzatura è una cosa degli uomini (e figuriamoci se non era opera loro!!!)
D’estate si tolgono quei surrogati della pelliccia che sono costretti ad indossare e “fanno le lucertole”.
Dopo due-tre giorni, la loro pelle inizia a diventare marroncina, teoricamente almeno, perché in realtà alcuni diventano di un bel rosso vivo…mah…a me non sembra granchè…
Mamy, la mia padroncina, non diventa mai marroncina, chissà perché???
Adesso che ci penso una volta è tornata a casa ed era rossa rossa con alcune strisce bianche sparse qua e là e frignava dicendo che le bruciava tutto.
Ai Due Zampe piace soffrire.
Mamy ad esempio soffre molto quando si mette quelle cose ai piedi che chiamano scarpe, ma non con tutte. Ne ha alcune che hanno un bastone che la costringono (secondo i calcoli e le proporzioni che sono riuscita a fare) a reggersi solo sulle punte dei polpastrelli. Ecco, quelle lì la fanno soffrire molto e ogni volta che le indossa, lancia maledizioni verso “quelli che hanno inventato i tacchi”…non so chi siano. Forse sono i capibranco dei Due Zampe e sono loro che la obbligano ad indossarle.
Poi, quasi ogni volta che si mette quei bastoni, mentre cammina, una delle zampe cede, il piede si piega di lato e lei rischia di cadere…quando succede questa cosa maledice a gran voce e si manda a quel paese da sola.
Certo Mamy è molto strana…pensate che in realtà non si chiama Mamy, o almeno gli altri la chiamano con un altro nome!!!
A me dice sempre di chiamarsi Mamy: “vieni da Mamy, la micetta di Mamy, la Mamy ti da le crocchette…”.
Insomma io con questi “due zampe” non ci capisco granchè…e sono una gatta molto furba…figuriamoci cosa può capirci Cosetta che è semiritardata!!
Poverina…mi tanta pena…(ahahahahahahahahaha).
…Ehi!!! Oh noooooooo! No!!! Ti prego Supremo Romeoooo (Il Dio dei gatti, per chi non avesse letto il primo capitolo)
NON DIRMI CHE CI RISIAMOOOOOO!!!!!!!!!!!!!
Devo scappare! No, gazzarola, fuori piove! Devo nascondermi!! Ma dove?? DOVE DOVEEEE??????? Ah ecco qui dovrei essere al sicuro….ffiùùùùùùùù.
Ecco che entra la Zia L. con quella sua stramaledetta spazzola!!!
Ma perché i Due Zampe pensano che dobbiamo fare come loro?? Ma non si accorgono che siamo diversi??
Noi abbiamo le lingue ruvidose, loro le spazzole!
Tralasciamo il fatto che non si leccano e, a dire la verità, sono dei gran zozzoni, ma hanno pure le pretese!!
“Vieni dalla zia che ci pettiniamo, guarda come sei brutta con il pelo tutto sporco…”
SEI BELLA TU!!!!!!
Vive gente strana da queste parti!
Che giornata sfigata! Adesso per consolarmi farò un’uscita a gran velocità, non tralasciando di far prendere un colpo a Cosy mentre le sfreccio di fianco…hihihhihih!!
Beh vi saluto cari miagolettori. Fusa felici a tutti.

mercoledì 26 settembre 2007



Tutto è vuoto, tutto è muto
Oggi ogni cosa tace
distesa sul fondo di questo mare
ascolto quello che non c'è più

domenica 16 settembre 2007

Akkulturati a Castelvetro di Modena


"hàblame de la lluvia que refresca la niebla,
hàblame de la libertad de quedar suspendidos en aire"
Emily Forlini

Durante la manifestazione “Sagra dell’uva e dei Lambruschi di Castelvetro”, lo staff di Akkulturati.it sarà presente con un banchetto espositivo dove verranno presentate alcune opere inedite di scrittori del sito.Lo stand sarà presente durante i seguenti giorni :
16 settembre 21 settembre 22 settembre 23 settembre
Durante tutte le serate sarà possibile partecipare ad un esperimento di scrittura collettiva a tema libero.
Saranno presenti :
Carlino Christian : poeta, artista e musicista
Luca Amadessi : poeta, artista e musicista
Rosi Riccardo : fotografo, artista e musicista
Forlini Emily : scrittrice e artista
Bellucci Devis : scrittore e viaggiatore
Durante la serata sarà possibile realizzare foto artistiche in diretta.A chi vorrà sottoporsi ad un intervista, verrà iniziata l’opera di scrittura “Voci dal sottosuolo”, nuovo progetto di Carlino Christian che verrà pubblicato a puntate sul blog akkulturati.it. La serata prevede anche l'esibizione dal vivo del gruppo Mutinart.

Lo stand di akkulturati osserverà il seguente programma :
• Venerdì 21 settembre

1. Emily Forlini : presentazione artista, lettura opere e apertura laboratorio di scrittura collettiva;
2. Riccardo Rosi : esposizione fotografica con possibilità di acquisto;
3. Christian Carlino : presentazione progetto, lettura poesie inedite e discussione;
4. Luca Amadessi :presentazione, lettura poesie inedite.
Sabato 22 settembre
1. Christian Carlino : presentazione progetto "Litterae", incontro e discussione delle poesie con l'autore;
2. Luca Amadessi : esposizione di alcuni suoi racconti, lettura e discussione delle poesie con l'autore;
3. Emily Forlini : Esposizione di argomenti in ambito musicale;
4. Riccardo Rosi : Esposizione fotografica;
5. Devis Bellucci : lettura alcuni frammenti del suo libro di prossima pubblicazione e racconti di alcuni viaggi effettuati in giro per il mondo
• Domenica 23 settembre
1. Conclusione dei progetti "Litterae" e "Collettivo 453";
2. Incontro con gli organizzatori e autori;
3. Letture varie
4. Foto-Ricordo

Voglio ricordare che durante i 3 giorni sarà a nostra disposizione un collegamento internet per permettere a tutti di conoscere al meglio il progetto tramite la nostra vetrina sul web akkulturati.it, dove sarete liberi di commentare ed esplorare il contenuto. Inoltre per gentile concessione della ditta CaffèPiù S.r.l. avremo a disposizione anche un punto caffè dopo poter gustare un caffè "akkulturato".
Per chi avessi proposte o suggerimenti :
mail : info@akkulturati.it
Tel. 349/5381291 Christian Carlino
Comunicato pubblicato su http://www.akkulturati.it/ , 15th September 2007 by Thelord

venerdì 7 settembre 2007

Formica Rossa


Formica si sveglia nel cuore della notte piuttosto insonne e pensa alle persone che camminano assonnate lungo i binari, senza alzare lo sguardo, fissi su un unico punto. L’unico che riescono a vedere, poveri esseri senza cuore.
Non vedono quel timido bagliore nell'angolo, che respira leggero, eppure è vivo. Pensa alle parole perdute nel vento, ai discorsi privi di significato, ai fiori appassiti perchè passati per troppe mani. Pensa al fragile vetro che si rompe per distrazione.
Tossisce, di quella tosse che viene dal vuoto nel suo stomaco, quando si piega in due per permettere al corpo di rannicchiarsi su se stesso e dondolare.
Culla la tristezza per farla addormentare.
Dondolando il suo animo si distende e si tranquillizza e, ancora una volta, nel buio, si materializza un volto, l’unico che le sorride sempre, nonostante tutto e le riempie gli occhi.
La voce calda che la chiama bambina, ma senza disprezzo, perché Lui, solo Lui, conosce la tenerezza e l’innocenza che si conserva intatta in un angolo della donna.
“Mi hai fatto un dispetto Formica?”
“Sì” risponde lei e incrocia le braccia accompagnando il sorriso dei suoi occhi con un leggero broncio.
“Sei una bambina…la solita formica rossa, che quando si arrabbia gira il suo sedere all’insù e se ne va impettita…” e ride accompagnando il commento con una frase di dolcezze che solo Lui conosce e sa inventare per far sciogliere Formica come neve al Sole.
Le sue, le uniche parole vere, le uniche che non sono mai cambiate. Le sole ad avere un significato.
Formica sorride e si addormenta, come quando Lui le raccontava storie fantastiche, prima di lasciarla delicatamente tra le braccia di Morfeo.

I sogni arrivano a popolare la notte. Un suono lontano e confuso nella nebbia calda del mondo onirico sveglia la ragazza che riposa nel futòn, poi una voce amica dice:
“Formica…ehi…è arrivata una cosa per te…credo sia il pacco che aspettavi…”
Un sussulto e prende in mano il pacco, guardando la sua amica e cercando in lei un po’ di coraggio.
“Che fai? Non lo apri?”…ma le parole sembrano provenire da lontano, ovattate e metalliche.
Si alza e si allontana dalla stanza con le mani e le gambe che tremano. Apre il pacco e inizia a sfogliare quello strano libro fatto di facce sconosciute.
Minuscole foto con didascalia: un nome, una data, un’informazione.
Formica le vede appena e cerca nell’indice la pagina che…desidera…eccola, trovata.
Adesso deve aprire…coraggio aprila...e se non c’è?...sì che c’è…aprila
Apre la pagina e scorre velocemente le piccole immagini fino infondo…e poi lo vede, Lui... e tutto si ferma.
La stanza svanisce, la casa svanisce, la città viene risucchiata dal vortice che si crea nel suo stomaco, quel vortice di ali di farfalle in frenetico tormento che, dal quel momento in poi, non l’avrebbe più abbandonata.
Si sveglia con il cuore che batte Formica e appena il corpo prende coscienza della sua materialità si alza e si avvicina al luogo segreto in cui riposa il suo libro preferito.
Solo per lei e comprensibile solo a lei. In mezzo agli spartiti. Lo ha riposto tra pentagrammi e chiavi di violino, perché quella è pura musica.
questo è un bel giorno…pensa Formica guardando la foto e sorridendo a quel volto corrucciato per la luce del sole negli occhi.
L’ammaliante espressione da bambino capriccioso che vuole i suoi giocattoli da ometto, ma non può fare a meno di una piccola…formica rossa.
Formica chiude il libro e lo stringe al petto, lo stringe forte e ha la sensazione che la carta si sciolga per essere assorbita dal suo corpo, un po’ infreddolito, un po’ tremolante. Sorride e un brivido che le mancava un po’ la trafigge come un filo di seta.
Si sente un fiore rosso in mezzo ad un campo in bianco e nero attraversato dal vento.
Un fiore unico, uno solo.
Senza rendersene conto inizia ad oscillare…un po’ verso l’alto, un po’ vero il basso, sugli assi cartesiani della sua vita.

venerdì 31 agosto 2007

Il Significato delle Parole

Oggi rifletto sulle parole che ho visto e sentito.
Lascio che scivolino via come se fossero gocce d'acqua salata che evaporano al primo raggio di Sole, lasciando un'ombra bianca sulla mia pelle.
Oggi mi chiedo quali siano le parole vere, se quelle che ho sentito pronunciare perdono il proprio significato ricomponendosi in un'altra rima, in un luogo diverso e uguale nell'intenzione.
Già altre si erano consumate nel tempo e ne ritrovo di uguali, diverse solo nell'aspetto.
Le onde del mare in subbuglio, nella notte del fuoco che divampa divorando paesaggi a me conosciuti, mi ricordano le parole che si piegano nella spuma e si tuffano nell'acqua scura fino a scomparire.
Gli elicotteri attraversano il cielo bruciato dall'aria acre e, nella corsa contro il tempo, i pensieri del mondo confluiscono in un unico punto, portati dal vento caldo.
L'acqua salata non spegne le parole che si intrecciano nella mente, pungendo in modo impertinente il centro del mio essere.
Un fiore bruciato si sgretola nella mia mano. Lo stesso fiore regalato a due mani diverse e distanti che si sgretola diventando polvere insignificante e piena di significati nascosti.
Dalla collina si vedono le fiamme innalzarsi al cielo per ribadire la propria potenza e sento il crepitio del legno che muore, divorato dal rosso calore e penso alla carta che accoglie parole che non hanno più significato.
La notte si ammorbidisce e l'acqua che mi avvolge sotto la luce della luna lava via i segni che mi imprigionano la gola.
C'è musica nell'aria e ballo sulla riva dimenticandomi fiori bruciati e parole e voci che non hanno più significato.
L'odore acre della terra bruciata non arriva più, forse le fiamme si sono assopite.

giovedì 23 agosto 2007

Donne sull'orlo di una crisi di nervi

Stasera pizza al M.G.
Vietata la partecipazione ad individui di sesso o parvenza maschile!
Fuori dalle scatole, ci avete rotto. Basta il calcio, il fantacalcio, la samb, le tette, i culi, le birre ecc… Statevene fra di voi ogni tanto. (?????)
Noi abbiamo bisogno dei nostri spazi. Sciò. Pussa via!
Siamo strane???? Te credo!
Stasera la pizzeria sarà invasa da dieci pazze scatenate, ma quanto siamo gioiose??????? E quanto casino faremo????
Tanto, perché dobbiamo sfogarci. A occhio e croce la metà di noi è in preda a crisi sentimental-esistenziale.
Dopo una settimana di isterismi, si esce allo scoperto e quello che succede succede.
Questo è il prezzo da pagare per avere un cervello.
Se non ce l’hai è tutto più facile. Tutte le persone con un QI basso stanno bene, se la ridono e vivono leggere.
Tutte le persone che almeno una volta nella vita, si sono poste un problema che non fosse decidere il colore dello smalto, barcollano in cerca di equilibrio.
Chi si mette in discussione ne paga le conseguenze.
Come si fa a scegliere i compromessi adeguati?
Soprattutto è giusto accontentarsi o è lecito almeno sperare e provare a trovare quello che veramente si desidera?
Io voto la seconda che ho scritto.
Meglio una sconfitta che un rimpianto.
Ciao.

domenica 19 agosto 2007

Formica e la Pioggia



Formica era intenta nel perfezionare i lavori della sua tana, quando un soffio di vento fresco le sfiorò delicatamente le spalle.
Portava con sé l’odore del mare e della terra arsa dal laborioso Sole del mese appena passato.
Curiosa, uscì dalla tana stiracchiandosi. Aveva voglia di fare una passeggiata lungo la riva.
Tutto era colorato di blu intenso e sopra la superficie del mare in subbuglio, le nuvole, gonfie di pioggia, giocavano a buttarsi e avvinghiarsi l’una all’altra.
Formica si sedette sullo scoglio del sole e si mise ad osservare incuriosita l’affaccendarsi degli elementi per l’imminente cambio di scenografia.
Il vento finì di recitare il suo monologo e un sipario indaco scese sul mare.
Le palme smisero di suonare il loro fruscio per il solo del mare, la cui melodia cantava a due voci per moto contrario.
E poi…
Un tintinnio di gocce timide in crescendo sul viso di Formica e lei si lascia bagnare dalla pioggia, perché sente scivolare via ogni ombra di tristezza.
Sorride e i suoi pensieri sono solo ali che s’infrangono senza dolore sul manto di pioggia e scendono, oscillando, a sfiorare la superficie del mare.
Le sue ali la portano fino al punto in cui può vedere, finalmente vedere.
Formica sorride, mentre il temporale incalza con la forza di mille tamburi, e vola verso la costa che mille volte ha visitato nei suoi sogni.
Chissà se anche lì c’è uno scoglio del Sole.

lunedì 13 agosto 2007

La carovana

Mentre il vento si contorce vizioso sulla superficie del mare, la nuda roccia si prepara ad accogliere la sua sferzata.
Nessuna resistenza, nessuna battaglia, nessuna paura.
Acqua e vento insieme avvinghiati si dividono sulla barriera, per poi riunirsi, felici della loro acrobazia.
Una musica lontana scandisce il ritmo dell'esibizione e si avvicina con la carovana in fila ordinata verso un altro paese.
Allegri si muovono i carri, cigolando sulla strada brulla che incornicia il mare e la scogliera.
Un bimbo dal viso scuro e gli occhi ancora velati dal recente sogno, si sporge dalla finestrina del carro rosso e guarda divertito il mare che si prodiga ad emulare il loro stesso mestiere.
La carovana si ferma . Acrobati e mangiafuoco, ballerine e clown, tutti scendono dai loro carri e si siedono in fila sul bordo della strada e osservano estasiati, oggi spettatori del loro stesso incanto.
Poi il vento si calma e le onde si piegano elegantemente in un ultimo inchino.
La carovana applaude animatamente, tutti si alzano in piedi e dopo un ultimo silenzioso sguardo verso l'orizzonte, rientrano in casa, felici.
Il villaggio ambulante riprende il suo viaggio, stasera toccherà a loro esibirsi.

domenica 5 agosto 2007

II° CAPITOLO

HELLHOUND ON MY TRAIL: IL DIAVOLO NELLA STORIA

I got to keep movin’
I’ve got to keep movin’
blues fallin’ down like hail
blues fallin’ down like hail
And the days keeps on worryin’ me
there’s a hellhound on my trail
hellhound on my trail
hellhound on my trail

R.J., “Hellhound On My Trail”


Chiunque sia il “cerbero”che insegue Robert, sicuramente incarna il pericolo di fronte al quale l’uomo deve fuggire prima possibile, la paura ci avvisa che qualcosa sta per accadere, l’imponderabile di fronte al quale l’unica soluzione è la fuga.
Nell’immaginario comune il pericolo tende spontaneamente ad identificarsi con il Male, e se di Male dobbiamo parlare, il primo riferimento ci porta verso Colui che di questo concetto è stato investito come se ne fosse creatore e signore assoluto: il Diavolo.
In realtà la storia di “questo personaggio” temuto e ammirato con fama altalenante, è un miscuglio di tante tradizioni che, nel tempo, si sono più o meno influenzate a vicenda.
Per capire dove e quando nasce la figura, dobbiamo volgere l’attenzione ai primordi della storia dell’umanità, quando si riteneva che disastri naturali, quali tempeste, siccità, alluvioni ecc…dipendessero dagli Dei, entità dal comportamento bizzarro e imprevedibile da cui dipendono non solo gli eventi negativi, ma anche quelli positivi dell’esistenza.
Sin dagli albori della sua storia, l’uomo ha tentato di fornire dette divinità di connotazioni umane riproducendole in simulacri; furono onorati ed adornati all’interno di templi e luoghi di culto costruiti per garantirsene la benevolenza ed evitarne la collera.

This world of ours is a world of opposites. There is light and shade, there is heat and cold, there is good and evil, there is God and the Devil.
As soon as the thinkers of mankind become aware of the Dualism implied in this interpretation of the world, the tendency is again manifested towards a higher conception, which is a purely monistic view.[1]
La concezione dualistica della natura ha rappresentato una fase imprescindibile nell’evoluzione del pensiero umano.
Le stesse idee riguardo agli spiriti del bene e del male sono rintracciabili nello stadio di evoluzione primordiale di tutti i popoli della Terra.
Ogni società sviluppa, simultaneamente, una tendenza a considerare il “principio di unità” come punto ideale di convergenza di ogni fenomeno della vita, secondo una concezione filosofico-religiosa denominata Monismo; ogni elemento, sia esso immanente che trascendente, si risolve nell’unità di un solo principio.
Di conseguenza, mentre la credenza negli spiriti benigni trova la sua unità nella dottrina religiosa monoteistica, in cui tutto confluisce nel concetto di un Dio supremo creatore del mondo, quella nei demoni porta alla rivendicazione di una originaria divinità del male, che raccoglie in sé ogni elemento negativo, distruttivo e immorale.
Monoteismo e Monodiabolismo hanno, quindi, origine comune nella tendenza monistica dell’evoluzione della razza umana, e generano, a loro volta, il dualismo bene-male che è altrettanto caratteristico del vissuto religioso-sociale di ogni popolo.
La diatriba tra Bene assoluto e Male assoluto, col passare dei secoli, si carica di svariate simbologie derivanti dalle caratteristiche principali delle varie culture, e assume una valenza differente secondo il grado di priorità attribuito ai concetti religiosi.
Il male, dal suo canto, esercita da sempre un fascino particolare, incarnando il punto estremo della trasgressione, del desiderio del proibito e, in generale, di tutto ciò che si situa di là delle convenzioni sociali.

Symbols are not lies; symbols contain truth. Allegories and parables are not falsehoods; they convey information: moreover, they can be understood by those who are not as yet prepared to receive the plain truth. Thus, when in the progress of science religious symbols are recognised and known in their symbolical nature, this knowledge will not destroy religion but will purify it and will cleanse it from mythology.[2]

Benché ogni cultura antica abbia, all’interno del proprio pantheon delle divinità, due Esseri soprannaturali in contrapposizione tra loro, la concezione che più ci interessa, per capire l’origine dell’idea del diavolo propria del cristianesimo, e di conseguenza dell’uomo bianco in quanto giudice del mondo del blues, ha le sue origini nel periodo compreso tra il VI° ed il IV° secolo a.C., quando la Palestina faceva parte dell’impero Persiano.
Risale proprio a tale epoca l’acquisizione, nell’Ebraismo, del concetto dualistico di Bene e Male da cui deriverà la dottrina cristiana con il suo corollario di Inferno, Diavoli e simili.
All’inizio il male fu identificato come la punizione temporanea di una colpa, percorso espiatorio che conduce verso il Bene, poi acquisì una propria indipendenza come “principio” ed una personificazione cui fu dato il nome di Satana.
Divenne così reale da essere quasi tangibile, una minaccia costante e partecipe della quotidianità di ciascuno, acquisendo un significato sempre più profondo proprio in virtù della sua materializzazione.
La storia del concetto del Diavolo interessa la teologia storica in quanto il Demonio stesso è la storia del suo concetto: Dio, gli angeli ed i demoni in realtà non hanno una storia propria poiché non sono raggiungibili e lo storico ne può solo definire il concetto, l’essenza, legandola a quegli aspetti della vita verificabili empiricamente.
L’eredità dei vari periodi storico-religiosi, arricchita da elementi sacri e profani giunge a noi attraverso la Bibbia ed il Vangelo; nell’ultimo, in special modo, la figura di Satana è ampiamente spiegata e utilizzata per i fini morali dell’opera.
Posta in contrasto con quella di Gesù, diviene il miglior mezzo per accrescere la fama del Figlio di Dio e dei suoi seguaci attraverso la metafora bene-privilegio-paradiso contro male-punizione-inferno.
Diviene un pretesto facilmente giustificabile in quanto privo di verifica empirica, simbolo esclusivamente concettuale, per tanto utilizzabile in diversi canali compreso quello politico-sociale.
...
[1] www.sacred-texts.com, The history of Good and Evil as religious ideas, 09/12/2004.
[2] www.sacred-texts.com, The history of Good and Evil as religious ideas, 09/12/2004.
***
Tratto da Dealin' with the devil, cultura e religioni africane nel Blues di E. Forlini

martedì 31 luglio 2007

Ossessioni

La scrittura che si dissolve lasciandosi morire dentro una pagina incerta, e io che resto a guardare.
Stanca nel continuo riversarsi di parole che mi travolgono, mentre non riesco ad afferrarle per portarle via, in un luogo dove nulla le possa corrodere come roccie di una montagna in decomposizione verso il suo secondo essere.
Il deserto si polverizza in vortici di sabbia bianca che mi nasconde alla vista l'oasi della mia immaginazione.
Le parole che non ho pronunciato e non possono più tornare, affondate in questo tempo che limita la mia concezione dell'essere.
I pensieri inespressi che rimangono archiviati nella stanza chiusa della mia mente e lì sperano di trovare l'oblio, per non essere condannati all'eterno vagare in cerca di una nuova opportunità.
La barriera che s'innalza dentro di me, quando le parole iniziano a scriversi da sole, senza che la mia mano e la penna che brandisco come un'arma ceca abbia volontà alcuna, nella stampa frenetica di lettere che si uniscono senza che io riesca a leggere.
Scrivo per non dimenticare, scrivo per svuotare la mente e liberare i segni che nascono in un luogo indefinito del mio inconscio e poi spingono prepotentemente per conquistare la prova inequivocabile della loro esistenza.

mercoledì 25 luglio 2007

L'OCCHIO E L'ARMONIA


Alessio Castaldo, fotografo e copywriter. Immagini e parole, per comunicare.
Nato il 21 marzo 1972, vive a San Benedetto del Tronto. Il sito web
www.alessiocastaldo.com raccoglie le sue opere fotografiche più significative, divise in quattro sezioni: world, nature, people, curiosity. Ognuna rappresenta un personale viaggio tra le meraviglie che ci circondano.
Il mondo e la vita, le forme e i colori, visti attraverso l’occhio dell’uomo.

L’occhio che osserva estasiato l’evolversi del mondo, a volte frenetico, altre pacato.
Nel momento in cui le tonalità e il flusso degli elementi si sovrappongono, l’occhio ferma il tempo, estraniando un attimo di vita dal suo contesto di naturale movimento.
Tutto è fermo, eppure vive nel particolare delle forme e nella trasparenza dei colori.
L’arte fotografica di Alessio Castaldo cattura istanti di mondo, senza imprigionarli nella realtà statica dell’obbiettivo. Respirano i paesaggi e le persone, continuando la loro esistenza in un’altra dimensione, quella della visione poetica.
Le immagini dei paesaggi colpiscono per la sincerità dei colori. Luminosi e delicati, rappresentano la reale reazione delle cose e della natura ai raggi del Sole.
La nebbia, che frammenta e sfuma le luci per nascondere il rosso bruciato dell’acciaio, (S.Francisco, USA, Golden Bridge).
Il blu del cielo, frastagliato da macchie di luce evase dal manto di nuvole e scintillanti sulla spuma delle onde, (Grottammare, La fine dell’estate).
Il rosso intenso del Sole che, tramontando, si nasconde timido tra le foglie di un albero, (Paxos, Greece, Un tramonto sullo Ionio).
La stabile dignità di un paese aggrappato alla scogliera, (Polignano a mare, Italia, Il Paese sull’Adriatico).
La terra rossa e le sinuose curve di rocce consunte che evocano un passaggio verso il centro della Terra, (Arizona, USA, Antelope Canyon).
Sogni racchiusi con sapienza in una cornice che li preserva dallo scorrere del tempo.
La fotografia che osserva l’uomo, ne ritrae il corpo e il particolare attraverso cui anima ed emozioni si manifestano.
Pochi colori nei ritratti. Una gentile invasione che non turba l’equilibrio, ma lo rende visibile.
La tenerezza di un sorriso conosciuto, (Scene da un matrimonio di provincia).
La profondità immensa negli occhi di una donna, (La profondità di uno sguardo dal Sudamerica).
La messa in scena della commedia della vita, che nasconde e ruba l’individualità, (Maschere in teatro, maschere nella vita)
Alessio Castaldo ci racconta il mondo attraverso il suo occhio, in un vivido connubio di professionalità e sensibilità artistica.
La passione per la fotografia nasce, infatti, come sintesi di amore per il viaggio e curiosità verso la natura e l’uomo.
La particolarità della sua arte è nella capacità di rendere l’immagine reale ed eterea allo stesso tempo, tanto da avvolgere completamente l’osservatore.
Gentilmente catturati all’interno della fotografia, respiriamo l’armonia di un istante di mondo.
Il sito http://www.alessiocastaldo.com/.

giovedì 19 luglio 2007

Like Rain

I saw a wild red land
And it was perfect in everywhere
I saw a full round moon
And she was shining, then felt down soon

And my thoughts are fallin’ down like rain
I feel my hand in dry land filled with silver rain

I found a green ring of smoke
While I was passing someone spoke
I found a ray of sun
And when I touched it became a star

And my thoughts are fallin’ down like rain
I feel hand in dry land filled with silver rain


giovedì 5 luglio 2007

Formica

“Sono stata io a mandarlo via…”
Pensò Formica, mentre camminava insicura sul bordo della scogliera.
“Sono stata io a chiudere la porta…sono io che ho raccolto tutta l’ostinazione che lui mi ha insegnato, e l’ho usata per sigillare l’entrata e lasciarlo fuori.
Questi erano i pensieri di Formica, mentre testava il suo equilibrio ancora precario.
Attenta a non perdere il controllo, quando gli occhi si riempivano di lacrime, offuscando il sottile bordo che l’aiutava a non cadere.
“Stai scappando Formica?”
“No, sto solo andando via”.
“Perché? Non sembri contenta”.
“Puoi dirlo come si deve…sono triste, ma la tristezza fa parte del mio cammino. Io ho solo fatto quello che era necessario”.
Formica pensò un attimo alle sue parole, si fermò e guardò verso est. Vide il mare, nel suo momento di fredda compostezza, nel suo silenzio riverente verso un tramonto che, ancora una volta, non portava nessuna novità.
Si chiese se fosse la cosa giusta da fare.
“A cosa pensi Formica?”
“Credi che io abbia sbagliato?”
“Non posso saperlo. Lui sta male?”
“No”
“Come lo sai?”
“Lo so, certe cose si capiscono”
“Formica…tu sei un po’ testarda, lo sai? Hai guardato bene per vedere se ci fosse qualcuno che ti seguiva?”
“Credimi, non è mai dietro di me, né davanti. Se ne sta nella sua tana e non fa nulla. Mi sembra chiaro”
“Non tutto è bianco o nero”
“Mi ha detto una cosa…è per quello che sono andata via”
“Cosa?”
“Ha detto -jhklòikgb jklig jòoiugk jywlhlogj iliyewg-”
“Ha detto così?”
“Con parole diverse ma il significato era quello”
Iniziava a fare freddo, ma Formica non aveva voglia di tornare a casa. La sua rabbia bruciava tanto che l’avrebbe scaldata per tutto il percorso.
Continuò a camminare lasciandosi dietro piccole ed esili impronte che formavano una linea indecisa e irregolare.
Ogni tanto si fermava a guardare l’acqua che, con l’alzarsi della marea, iniziava un lento ondulare verso la costa.
Formica ripensava spesso alle parole.
Ogni volta che la nostalgia sembrava prendersi gioco di lei, faceva appello al doloroso ricordo e con un po’ di buona volontà, qualcosa nel suo cervello faceva scattare un meccanismo di protezione.
“Che farai Formica?”
“Non so. Credo che per un po’ mi fermerò altrove”
“E se ti senti sola? Cosa farai lontano da tutti?”
“Costruirò una tana profondissima. Mi ci vorrà un bel po’ per ultimarla e quando sarà finita, allora sarò così stanca da poter tornare a casa”
Era arrivata in un punto in cui la roccia, con un’agile evoluzione si srotolava verso il basso fino a distendersi, in modo rude, su un piccolo angolo di spiaggia.
Formica pensò di scendere. Voleva bagnarsi le zampette nell’acqua salata.
“Sai perché vengo sempre a camminare nell’acqua, quando sono triste?”
“No Formica, non me l’hai mai detto”
“Il sale disinfetta le ferite. Brucia tantissimo, quando viene a contatto col sangue. Così ti dimentichi del dolore che sentivi prima”
“Hai mai provato?”
“No. Io non provo dolore”
“Neanche un po’?”
“Io provo compassione, ma il dolore non so che sia”
“Sei fortunato”
“Tu credi? Formica, vorresti…spiegarmi…cos’è il dolore?”
“Beh…non è semplice così…dirlo a parole intendo. Forse potrei dire…che nella maggior parte dei casi il dolore è legato all’amore”
“Allora l’amore è una cosa terribile!”
“Bellissimo e terribile…sì. Complicato.”
“Non capisco Formica. Provi anche dolore fisico quando soffri per amore?”
“Sì. Lo senti qui, tra lo stomaco e il cuore. Lunghe e profonde fitte. L’aria si rifiuta di entrare nei polmoni. Il corpo si piega in due e devi dondolare…”
“Devi dondolare?!”
“Sì…non so perché…ma spesso succede così. Il tuo corpo si piega come se perdesse la posizione originaria e tende a chiudersi su se stesso. Inizi a sentire il bisogno di dondolare…come se il tuo Io cercasse di calmarti… cullandoti”
“L’acqua invece? Quand’è che inizia a scendere giù dagli occhi?”
“Le lacrime…sì. Spengono il fuoco che ti brucia l’anima. Sono salate. Lo sapevi?”
“No. Io non ho mai pianto. Salate come il mare?”
“Più o meno”
“Ecco perché il mare ti consola Formica! Una sconfinata distesa di lacrime. Può spegnere il dolore di ognuno di noi”
Formica restò in silenzio, ripetendo dentro di sé quelle parole. Non aveva mai pensato che il mare potesse essere fatto di lacrime. Eppure lei stessa ne aveva versate molte seduta su quella riva. Rannicchiata in quel angolino di spiaggia. Con la testa nascosta tra le ginocchia piegate.
A volte, dondolando un po’.
Andò a sedersi vicino all’acqua. Le onde erano gentili quella sera. Si accontentavano di accarezzare la sabbia, per poi tornare indietro perdendosi nelle profondità dei sottili granelli bianchi.
Formica si avvicinò fino a bagnarsi un po’. L’acqua era fredda. Sentì un brivido salire velocemente dentro di sé e si sentì come il mare.
Sentì le sue lacrime che si ricongiungevano con l’immensa distesa di pianto.
“Formica, non ti mancherà il mare?”
“Tornerò sempre qui”
“Lo senti ancora?”
“Cosa?”
“Il dolore…ora che sei in acqua…lo senti ancora?”
“Sì, ma fa meno male”
“Cosa fai?”
“Inizio a scavare”
“Qui?”
“Sì. Qui posso scavare la mia tana. Così non dovrò allontanarmi dal mare.
Posso farla profonda e la scogliera la proteggerà dal vento. Quando sarò stanca mi siederò sulla riva per guardare verso est. Se mi ferirò scavando, potrò curarmi con l’acqua salata.
Quando sarò triste mi farò consolare dalle onde. Poi, quando avrò terminato, non sentirò più dolore. Sentirò freddo e tornerò a casa”
“Addio Formica”
“Te ne vai?”
“Sì”
“Non ti stanchi mai di girare e parlare con tutti?”
“Si. Sono sempre stanco…forse…è per questo che non provo dolore. Io vedo le lacrime e il mare che le ruba agli occhi, per alimentare la sua immensa distesa di acqua salata. Giusto?”
Formica sorrise e pensò che fosse giusto.
Si fermò un attimo per contemplare gli ultimi languidi rossori del tramonto e la pacata serenità del mare che diventava un mantello scuro appena ondulato, poi, iniziò a scavare.

lunedì 2 luglio 2007

Una domenica di sole

Mi sveglio tardi e vorrei essere già in spiaggia, ma rimango ancora un po' immersa nei pensieri e immagino come sarà la giornata. Ho voglia di viverla e mi alzo.
Mi infilo il costume lentamente, perchè non deve esserci fredda in questa domenica di sole.
Arrivo in spiaggia; il sole caldissimo mi invita verso est, verso l'acqua e l'orizzonte non definibile.
I ragazzi sono già intenti nella prima fase dei giochi senza frontiere: studiano tattiche, osservano con aria di sfida l'avversario e già pensano a come organizzarsi per il gioco successivo.
Le ragazze sono sulla riva, a cercare sollievo nell'acqua calma del mare.
Parlano e ridono. Qualcuno è tornato dalla città-lavoro per il fine settimana e assapora la delicata carezza dell'ozio. Le ultime ore prima di affrontare di nuovo il viaggio verso nord.
Parlano e ridono, mi salutano da lontano. Sono felici.
La mia prima meta il mare, i saluti e osservo volti che popolano la mia vita. Mi soffermo su qualcuno in particolare e sorrido. Sono serena e cammino verso est.
E' quasi ora di pranzo, abbiamo prenotato per l'1:30 nello chalet accanto alla "nostra" spiaggia, ma i ragazzi stanno facendo i giochi in acqua, dovranno aspettarci ancora un pò.
Il pomeriggio è ancora più lento e rilassato. Siamo tantissimi, siamo sempre tanti e popoliamo la spiaggia con variopinti teli. Siamo intorno agli ombrelloni, siamo in riva a giocare, siamo sul campo da beach. Tutti ridono, la voce di qualcuno risuona per tutta la spiaggia, anche se non si riesce a capire cosa stia dicendo. Uno dei giocatori ha qualcosa da recriminare contro gli avversari, bisticciano e poi si guardano con occhi complici e sinceri di tanti anni di amicizia e ridono. Sono felici.
Il sole si stanca di scaldarci e va a riposarsi dietro il paesino arroccato sulla collina. Parliamo meno, sonnecchiando al fresco vento del tramonto.
Osserviamo l'ultima fase dei giochi. Osserviamo e ridiamo vedendo i ragazzi che si adoperano per costruire la pista di biglie: ci sono curve pericolose, tranelli e ponti insuperabili.
Qualche bimbo osserva estasiato e composto, come un adulto; i ragazzi sono pieni di sabbia e bisticciano tra di loro per la corretta realizzazione dell'opera e sembrano bambini.
Fanno avanti e indietro per portare bottiglie d'acqua salata. Qualcuno arriva con una bottiglia a metà e dice che il mare è finito. Tutti ridono.
Sono quasi le otto e mi avvio verso casa, ma non sono stanca.
Mi aspetta ancora la sera da vivere, magari un giro in centro in bici, una pizza con le amiche ed i campioni dei giochi senza frontiere.
La città è sveglia e si popola di volti sereni che passeggiano distratti, godendosi le ultime ore di riposo, prima che il mondo ricominci a girare.
La notte è fresca e ci fermiamo ancora a chiacchierare.
Sono le 2:00 e arriva Morfeo a dirci che la giornata è finita. E' ora di adagiarsi su un morbido giaciglio e abbandonarsi ai sogni.
Prima di mettermi a letto, sono fuori, in balcone, per guardare un po' la luna piena,. E' grande e luminosa e si vedono gli occhi e la bocca.
Assaporo ancora qualche ricordo della giornata e poi mi lascio vincere dalla notte.

mercoledì 27 giugno 2007

Le avventure dell'allegra e spensierata Mè

NOOOOO!! LE CHIAVI!!!!!!


Mè si sveglia di malumore.
Cosa fare per salvare una giornata che si prospetta disastrosa?
-Ci vuole un gesto eroico-pensa Mè, - qualcosa che stanchi il corpo e tolga anche alla mente la forza di elaborare cazzate. Un bel giro in bici!! Ecco che ci vuole!!-
Lungomare, pista sul mare fino a Cupra, poi, al ritorno, bagno rinfrescante vicino agli scogli della prima spiaggia (non per tuffarsi dagli scogli perchè l'allegra e spensierata Mè non sa nuotare...).
Mè si sorprende molto per la facilità con cui trova la soluzione! Ed è così presa dall'autostima momentanea, che non prende in considerazione l'eventualità che qualcosa possa andare storto.
Mè inizia la sua passeggiata e decide di chiamarla "Body and Soul Healthy Ride" (la pensa in inglese perchè suona meno idiota).
Fa caldissimo, un caldo atroce, ma non è un problema! Tanto Mè farà un bel bagno rinfrescante e sarà a casa prima che il sole inizi e fare il suo lavoro sul serio. Che furba!!
Cupra, poi indietro fino a metà pista, per fermarsi, finalmente, nel suo angolino di spiaggia preferito.
Scende dalla bici e prende la catena per chiudere. Prima di agganciare il lucchetto si guarda intorno con aria sognante - E' proprio bello qui! -.
Ma nel momento stesso in cui il lucchetto fa CLICK, una terribile ombra oscura la sua mente. La terribile ha un nome: SFIGA.
"Nooooooooo! Cazzooooooooo! Le chiaviiiiiiiiiiii!!! Dove sono le chiavi???!!!"
Le chiavi della bici di Mè sono sempre nel cestino, insieme al lucchetto! Mai in borsa quando è aperto! O rimarrebbero lì tra un cambio e l'altro...
Ma dove saranno mai finite???
Mè vuota il contenuto della borsa mare in mezzo alla strada...NIENTE.
TELEFONA (menomale... il cellulare c'è)
"Eèèèè, sono in bici a Cupra, ho chiuso ma mi sono accorta di non avere le chiavi. Chiamo mamma e le dico di cercarle. Me le porti quando torni a casa? Arrivo a piedi fino al pontino."
ALTRA TELEFONATA
"Mamma...devi assolutamente cercarmi le chiavi del lucchetto...sono bloccata a Cupra. Vedi nella borsa nera...sotto...boh non lo so....vedi insomma..."
"Ehmmm...veramente, forse le ho io...."
"Come??"
"Ah...sì...infatti sono proprio nella mia borsa..."
"Brava! Complimenti vivissimi!!...beh almeno non sono io la rimbambita..."
"Senti...quando torni a casa...se..."per caso" passi davanti ad un alimentari...compri le mozzarelle?!"
"Che cosaaaaa??!!"
"Niente...ciao..."
Le chiavi arrivano all'1:30, quando Mè è già ustionata a puntino...poverà Mè, con la carnagione svedese e neanche un rametto di palma per farle ombra!
Mè deve arrivare a piedi al pontino. Mè deve tornare indietro dal pontino. Mè riprende le sue cose. La crema solare si apre e si distribuisce un pò qua e un pò là, sull'asciugamano...
Mè sale sulla sua bici, la sella è arroventata...Mè teme per la sue virtù...(!!!!)
Mè riparte, la pedalata è lunga fino a Broken Bridge. Che bella idea arrivare fino a Cupra!!!
Mentre torna a casa, capisce che il Sole è veramente un gran lavoratore...cazzo se scotta!...
Mè si scusa con gli eventuali lettori per i vari francesismi.
Mè arriva a casa alle 2:30. E' ustionata, ma solo nelle zone non coperte dai vestiti...farà un figurone stasera, con l'abbronzatura modello "muratore".
Che bella idea la "Body and Soul Healthy Ride"!!!!

domenica 24 giugno 2007

Publicato su Artevizi il mio articolo


Shakespeare e Cervantes: History of Cardenio
Nella letteratura, così come in ogni espressione artistica, accade spesso che menti geniali siano ignorate o le loro opere dimenticate in remoti angoli del ricordo e della fantasia.
Qualcosa di simile è avvenuto per un’opera di uno dei più grandi scrittori della tradizione letteraria mondiale: William Shakespeare (1564-1616), massimo esponente del teatro elisabettiano, nel suo momento di maggior splendore artistico e popolare.
Un ritrovamento eccezionale della “Royal Shakespeare Company”: un dramma scritto dal “Bardo” nel 1612, con la collaborazione di John Fletcher, intitolato Storia di Cardenio e ispirato ad un personaggio del Don Chisciotte, opera maggiore del grande scrittore spagnolo Miguel de Cervantes (1547-1616).
Il ritrovamento, dopo più di quattrocento anni di oblio, ha del sorprendente e una punta di scetticismo tra gli esperti mette in dubbio la reale autenticità del manoscritto.
Certo è che l’opera sia esistita veramente.
Secondo le fonti, nello “Stationer Register”, in cui venivano depositati i titoli delle opere dei drammaturghi inglesi dell’epoca, compare appunto The History of Cardenio, firmato Shakespeare e Fletcher.
Plausibile anche l’ispirazione al capolavoro spagnolo, data la molteplicità di fonti cui Shakespeare attingeva per le sue opere.
I due scrittori furono, inoltre, contemporanei ed il Chisciotte arrivò in Inghilterra, tradotto da John Shelton, nel 1612, sette anni dopo la pubblicazione del primo volume in Spagna.
Si suppone che il dramma sia stato rappresentato almeno due volte al Globe Theatre di Londra, nel 1613.
Nello stesso anno, un incendio distrugge completamente il teatro. Vanno così perduti molti manoscritti originali del “Bardo” e anche del “Cardenio” si perde ogni traccia.
Non è strano che, all’epoca, opere di alta magnificenza siano andate perdute, se si pensa anche alla scarsa considerazione delle stesse al di fuori delle rappresentazioni sceniche.
Ai testi teatrali, infatti, non era riconosciuta dignità letteraria: importanza e pubblicazione erano legate al successo sulla scena.
Il recupero alla storia letteraria delle opere di Shakespeare, si deve ai suoi colleghi Heminges e Condell che, nel 1623, curarono l’edizione del First Folio, antologia che raccoglie trentasei scritti originali.
Nella raccolta, il “Cardenio” non viene citato, ma nel 1728 tracce della sua esistenza vengono di nuovo alla luce: il drammaturgo Lewis Theobald pubblica Double Falshood, definendolo un adattamento del “Cardenio” di Shakespeare.
Dopo mesi di ricerche, il direttore della Royal Shakespeare Company, Gragory Doran, ha affermato che le prove dell’autenticità del manoscritto sono pressoché sicure.
Confrontandolo con la prima edizione inglese del “Chisciotte”, sono stati riscontrati monologhi quasi identici, una caratteristica ricorrente dell’opera Shakespeariana, che spesso riporta letteralmente i dialoghi delle fonti.
Un mistero affascinante, per la cui soluzione, gli appassionati dovranno aspettare il 2009, data prevista per la nuova messa in scena, a Londra, della Storia di Cardenio, in una produzione ispano-britannica.
Omaggio dunque a due grandi della letteratura, che rivivono in un comune sogno, così come il mondo onirico e le sue allucinazioni furono parte integrante dei loro capolavori.


lunedì 18 giugno 2007

Guarda


Ora che tutto si dilegua verso ovest,
schiacciami con la tua crudele violenza,
assopisci tutte le trame della tua latente volontà
e privati del rosso che si nasconde nel tramonto.

E non guardare, debole creatura che uccide senza pietà.

Allontanati dal bordo della scogliera,
se hai paura vattene da questi luoghi oscuri,
porta con te la tua densa ipocrisia
e riparati dal sole della tua meravigliosa natura.

E non guardare, debole creatura che ama senza pietà.

Accarezza la mia mente fino a farla sciogliere,
avvolgimi al tuo sinistro piede che avanza lento
portami via dal mare in cui sto annegando
e regalami le parole delle tue distratte mani.

E guarda se puoi, vile creatura che nasconde il suo arcobaleno
.

venerdì 15 giugno 2007

Bologna


… I am just back home…and I already miss it…Bologna.

But every time I go there my memories mix to his voice and, in the old room, I can still see me, stretched out on that bed with the telephone nearby. I love that city, despite I abandoned it, it's always my angle of the world, the shelter from weakness, from the problems and from the monotony of daily life.

And my love grows, when I think about that voice that has filled the old room with its music, the voice of him and the room that waited for him with desire and fear, the room that has never seen him. It seems to me I can still feel that sound and the emotion of my hand, while it slowly grabs the telephone; it seems to me I still hear my voice trembling when his own, reassuring, it softly spreads in my mind.

I have greeted Bologna today, with a pinch of nostalgia. When I lived there, something happened, between me and him, every time I went back home, and now that I live at home, something happens every time I go north.
Tomorrow I will shake the last nostalgia from me and for some time I will be well. Only one month and I'll be there again.

September will be seen.

venerdì 8 giugno 2007

LA STRADA VERSO LA CITTA'


Sto camminando da molto tempo, ma non sono ancora arrivata in città.
La città si nasconde dietro la nebbia, creata da uno stregone per occultarla ad occhi estranei.
Mi sono persa. Durante il mio andare, mi sono persa.
Stavo seguendo tracce, indicazioni, ma il sentiero si perdeva in un fitto bosco.
Aspettai due giorni al margine della vegetazione.
La pioggia incessante non smetteva di insinuarsi nei miei pensieri: il dubbio era profondo.
Allora tentai di riportare alla memoria parole di conforto per la mia anima stanca, cercando di trovare motivi per convincere me stessa.
Un viaggio difficile nasconde sempre qualcosa di speciale, seppure solo un’opportunità, una visione in un deserto di sperdute e aride dune. Per questo avevo iniziato a camminare.
Aspettai due giorni ai margini della vegetazione.
Al tramonto del secondo giorno, le nuvole decisero di migrare verso est, consegnando lo scenario ad un timido Sole.
Ripresi il mio cammino, pronta ad inoltrarmi nel cuore della foresta.
C’erano cose meravigliose e molti incantesimi imprigionati nelle radici di secolari alberi, fiori dai colori vividi e foglie di verde intenso; rovi impenetrabili e rampicanti intraprendenti.
Ho vagato molto tempo tra gli spiragli di luce accecante che filtrava tra le folte chiome degli alberi, alternandosi all’oscurità del tetto boschivo.
Dopo tre giorni sono fuori del bosco.
Sto seguendo una nuova strada adesso.
Alla mia destra c’è un fiume: lo seguo badando di non allontanarmi mai dal suo percorso.
Di giorno, quando il Sole pretende di dominare l’aria che mi circonda, mi rifugio sotto il mantello degli alberi che incorniciano la sponda.
Sull’altro lato, qualche abitazione, ma non si vede mai nessuno di giorno.
Nei giardini, per esempio, solo di rado, osservo qualche signora che si occupa distrattamente di fiori ormai appassiti.
Quando scende la sera, solo alcune ombre infrangono la luce silenziosa che filtra dalle finestre.
La strada è sempre silenziosa di notte. Una leggera ma costante nebbia sfuma la luce dei lampioni che, come lucciole immobili, infrangono la sua monotonia cromatica.
La via che sto percorrendo verso la città, è sempre triste, non incontro viandanti cui poter chiedere consiglio.
Perché mai un passante dovrebbe parlare con me?
Ho sentito che, nella città, nessuno mi dirà nulla, nessuno mi darà indicazioni perché nessuno sa della mia esistenza.
Lo stregone non ha raccontato nulla di me e del viaggio insieme.
Sono due settimane che seguo il corso del fiume.
Ogni tanto lui compare dal nulla e m’invita a fermarmi.
Vuole parlare con me, seduti ai margini della foresta, ma a me non piace quel confine oscuro, dove fa freddo e non c’è luce.
Io continuo il mio cammino e lo stregone se ne va indignato, non prima di aver inciso sull’asfalto, davanti a me, un’improbabile bugia.
Continuo a camminare seguendo il corso del fiume.
Quando scende il tramonto, mi siedo lungo l’argine e osservo il movimento dell’acqua.
Vorrei vedere una nave attraversare il fiume, ma non succederà fino a quando sarò arrivata a destinazione: qui non ci sono navi.
La città ormai è vicina. Mi mancherà un po’ questa strada e la nebbia che ne confonde i confini.
Mi mancherà la luce tenue dei lampioni che si alterna giornalmente a quella del Sole.
Non so per quanto tempo mi fermerò in città, non molto credo.
Guarderò le case rincorrersi per le vie e fermarsi di colpo in file composte e seguirò le strade fino a che l’asfalto sfumerà nella breccia leggera.
Si racconta che nella città ci sia un luogo solitario, nascosto nella nuda roccia, da cui si può osservare un punto particolare del mare.
Pur nella quiete dei venti, succede che l’acqua, all’improvviso, diventi inquieta, finché le onde iniziano a dispiegarsi come lunghe ali.
Molti se ne vanno dopo un po’, non riuscendo a capire e annoiati dal lento e monotono ondulare.
Chi è rimasto fino al tramonto, sostiene di aver visto una nave all’orizzonte, un antico veliero che si cullava placidamente sulla superficie del mare.
Nel suo lento andare, turbava lievemente il sonno del mare inducendolo ad una smorfia di risentimento.
Per questo sono partita: un viaggio speciale per vedere, almeno una volta, la magia dello stregone.
Secondo la leggenda, nessuno conosce il nome del porto in cui trova rifugio, perché neanche la nave lo ricorda più. Vaga nel mare cercando di ritrovare la via.
Mi muovo verso la città per raggiungere un luogo solitario di cui non conosco il nome.
Cammino seguendo il corso di un fiume, mi muovo verso la città.
La strada è sempre silenziosa di notte. Una leggera ma costante nebbia sfuma la luce dei lampioni che, come lucciole immobili, infrangono la sua monotonia cromatica.
*
foto di Alessio Castaldo

venerdì 25 maggio 2007

IL COLLOQUIO

Sfoglio con finta distrazione l’agenda (quanto mi piace spaginare!!!!!).
Arrivo al giorno X. Dopo mesi di “allega e invia” (Collabora con noi:cerchiamo esperti nella docenza, coordinamento e tutoring), qualcuno nel campo “Formazione” si degna di convocarmi.
Venerdì 21 ore 17:30, ci siamo.
Passo la mattinata nel frenetico tentativo di fare quello che avrei potuto fare nelle due settimane precedenti (...i seguaci della filosofia “Antitempistica” seguono devotamente il principio del non fare oggi quello che si può fare domani. Rischi calcolati: trovarsi sommersi in un mare di diverso colore rispetto al classico blu).
Problema n°1: non trovo il certificato di laurea.
Problema n°2: …stranamente (!!!!!)…mi sono ricordata solo oggi che devo portare una fototessera. Autoscatto con la digitale, copia incolla in “periferica di archiviazione di massa USB”…ma quanto sono tecnologica! (..scii, come no..).
12:30 – sono pericolosamente in ritardo per il lavoro. Esco per stampare la foto. Tempo 10 minuti e scopro che i fotografi sono chiusi il lunedì mattina.
La vocina nella mia testa sghignazza. Io decido di ignorarla. Stamperò a lavoro.

14:05 – a lavoro: il piccì è occupato. Declamo, dentro di me, parola poco ortodossa per indicare parte anatomica maschile.

16:30 - inizio fibrillazione. La campanella è suonata. Tutti sono fuori. Ho 30 minuti per:
fare la programmazione.
stampare la foto formato tessera.
fotocopiare la carta d’identità.
ritoccatina al trucco.
mettere la maglietta “figa” (sempre secondo il mio concetto di figo…cioè…kimonooo).
i tacchi li metto prima di entrare. Non ci so camminare, figuriamoci guidare…
Faccio tutto cercando di non dare nell’occhio.

16:35 – il piccì è di nuovo occupato. Declamazione, dentro di me, composta da: suino femmina + donna di facili costumi. Con una mossa astuta mi approprio della postazione. Stampo.
«Cos’è? La foto di una detenuta?»interviene interessata la mia collega.
«Veramente sono io…» rispondo con falsa ilarità.
Sorrisino falso e imbarazzato di lei. Se ne va.
Bisbiglio ciò che penso di lei: 10 orizzontale (5 lettere) “La città che bruciò a causa del cavallo di legno”.
Guardo la foto. Inquietante. Manca solo la classica targa con il numero….chissenefrega!

17:15 – Sono fuori e sono già in ritardo di 15 minuti…e non mi sono cambiata!.
Con una manovra pericolosissima mi lancio verso la valle. Le curve per arrivare a destinazione sembrano la pista dei maggiolini del gioco “TechnoMage”. Ma la mia Ferrari Eurospin non teme pericoli.

17:20 – E’ tardissimo. Devo trovare il modo di ottimizzare gli unici 5 minuti rimasti. Mi cambio mentre guido. Con un paio di gesti felini sfilo la maglietta…appena in tempo per vedere l’angolazione della curva che sto per imboccare. E’ andata. Sono ancora viva.
Il kimono è a rovescio…declamo, stavolta a pieni polmoni, parola poco ortodossa riferita a parte anatomica maschile.
Incrocio una macchina; al volante individuo di sesso maschile intorno ai settanta. Guarda me e non la strada. Mi specchio nel retrovisore:- però che occhi che ho! I riflessi prugna poi, mi donano proprio!-.
Una vocina nella mia testa mi sussurra:- sei in reggiseno ricordi?-. Abbasso lo sguardo non convinta e mi ricordo che devo mettere il kimono al giusto verso ed infilarlo. Realizzo che il vecchio porco non guardava gli occhi, ma le tette.
La vocina nella mia testa vorrebbe dire ancora la sua, ma la mando in un posto dove ognuno vive le sue fantasie sessuali in modo libero. Chissenefrega!
A tre metri dal semaforo che immette sulla statale, (ossia strada trafficata su cui non sarebbe consigliabile guidare in reggiseno), riesco ad infilare il kimono. Perfetto, ci sono.
Mentre aspetto il verde, mi complimento con me stessa per la mia abilità e anche per il mio spirito di avventura…pensa un po’…non sapevo neanche di averlo!!!!!

17:25 – Parcheggio in una stradina di fianco all’Hotel P. Sono anche fortunata e trovo posto sotto uno spiraglio d’ombra. Ultima operazione per trasformarmi in perfetta “donna da colloquio”: TACCHI. Per un attimo guardo le mie simpatiche babbucce e penso:- stanno così bene e SONO COSI’ COMODE!- La vocina parla prima che io riesca a bloccarla:-Non fare la patetica per una volta che ti metti due centimetri di altezza!-.
Rabbrividisco. Per una frazione di secondo ho la vaga sensazione che la vocina nella mia testa abbia cambiato… “voce”…assumendo…quella di…… caccio via il pensiero prima che si materializzi.
Infilo le scarpe. Molto carine davvero, ma dopo tre metri inizio a sentire un leggero malessere, per un attimo perdo il controllo delle mie caviglie: prima storta. Bene.
Cerco l’ingresso. Un cartello punta verso una scalinata. Inizio a salire, fa un caldo atroce. Mi guardo intorno e la mia intelligenza superiore mi fa intuire che l’edificio è esposto al sole tutto il giorno.
Primo piano: nessuna porta. Continuo a salire. Sta succedendo qualcosa di strano: le mie scarpe si stanno restringendo. La vocina nella mia testa fa la gnorri e non osa parlare.
Secondo piano: niente. Alzo lo sguardo. Tutto è ondulato, che strano!! Immagino di essere su una vecchia Cadillac, in uno stradone del Texas. Colonna sonora di Morricone.
Improvvisamente si accende un’insegna luminosa. Ma dove sono?? Sarà mica Las Vegas?? C’è scritto qualcosa…- Stella di Monsampolo - (frazione di paesino interland marchigiano).
Come non detto.
Continuo a salire. E’ rimasto solo un piano, dunque ci sono. Finalmente una porta…chiusa. La mia intelligenza superiore mi suggerisce che non sia l’ingresso.
Il mia personalità si sdoppia. La metà furba guarda il corpo e dice «Sei una cogliona, lo sai?». Il corpo e la metà cogliona abbassano lo sguardo. Sembrerebbe un sì.

17:35 – Torno indietro. Al termine della scalinata do un calcio al cartello. Il mio piede, già provato dal tacco, impreca e giura di non rivolgermi mai più la parola.
Mi guardo intorno spaesata.
E’ ancora tutto ondulato. Che sia una falla nel sistema Matrix??
La parte ancora cosciente di me sospetta che io stia delirando. La vocina nella mia testa continua a fare la gnorri.
Seguo l’istinto, mi avventuro nel parcheggio.

17:38 – Finalmente una porta con citofono.
«Sì? Chi è?»
«Buona sera, ho appuntamento con la dott.ssa ***».
La porta si apre. Ancora scale. Bisbiglio un’esclamazione di dissenso piuttosto colorita.
Almeno c’è l’aria condizionata.
Alla reception c’è un ragazzo.
«Lei è qui per il colloquio?»
«Sì»
«Hanno rimandato tutto a domani. Non è stata avvertita?»
«No. (…secondo te se ero stata avvertita venivo qui? …mi limito a pensarlo)»
«Mi dispiace»
«Grazie. Buona sera»
Torno giù.
Mentre scendo i bellissimi gradini di marmo lucidati apposta per farti rompere l’osso del collo (…per orgoglio non citerò il numero delle storte…), penso alla dott.ssa *** e a tutto il suo staff.
15 orizzontale: 2 parole, 16 lettere totali, “superlativo di grande al femminile + città che bruciò a causa di un cavallo di legno”.
7 verticale: superlativo di “parola poco ortodossa per indicare parte anatomica maschile”, ripetuto tre volte perché tre è il numero perfetto.
Maledizioni varie.
Sono fuori, di nuovo in Texas. Tolgo le scarpe. Proseguo fino alla macchina scalza.
18:10 – Sono a casa. Prendo il telefono e chiamo Torino.

«Buona sera. Avevo un colloquio per oggi!!!! Non c’era nessuno e nessuno si è degnato di avvertirmi!!!!Voi siete degli incompetenti, dei disonesti e dei quaquarqqquà! Mi fate schifo, voi e la vostra società pidocchiosa! Ho preso un permesso dal lavoro, rischiato di schiantarmi e fatto vedere le tette ad un vecchio porco! No, io non mi calmooooooo. Le spacco il timpano con le mie urla! Ha capito????? Dica alla dott.ssa *** che è una racchia e una ***** (vedi definizione di 10 orizzontale (5 lettere)). Addio per sempre!».

.......scherzavo…......................................................................................................................................................non mi ha risposto nessuno……………………………………………………………….