venerdì 25 maggio 2007

IL COLLOQUIO

Sfoglio con finta distrazione l’agenda (quanto mi piace spaginare!!!!!).
Arrivo al giorno X. Dopo mesi di “allega e invia” (Collabora con noi:cerchiamo esperti nella docenza, coordinamento e tutoring), qualcuno nel campo “Formazione” si degna di convocarmi.
Venerdì 21 ore 17:30, ci siamo.
Passo la mattinata nel frenetico tentativo di fare quello che avrei potuto fare nelle due settimane precedenti (...i seguaci della filosofia “Antitempistica” seguono devotamente il principio del non fare oggi quello che si può fare domani. Rischi calcolati: trovarsi sommersi in un mare di diverso colore rispetto al classico blu).
Problema n°1: non trovo il certificato di laurea.
Problema n°2: …stranamente (!!!!!)…mi sono ricordata solo oggi che devo portare una fototessera. Autoscatto con la digitale, copia incolla in “periferica di archiviazione di massa USB”…ma quanto sono tecnologica! (..scii, come no..).
12:30 – sono pericolosamente in ritardo per il lavoro. Esco per stampare la foto. Tempo 10 minuti e scopro che i fotografi sono chiusi il lunedì mattina.
La vocina nella mia testa sghignazza. Io decido di ignorarla. Stamperò a lavoro.

14:05 – a lavoro: il piccì è occupato. Declamo, dentro di me, parola poco ortodossa per indicare parte anatomica maschile.

16:30 - inizio fibrillazione. La campanella è suonata. Tutti sono fuori. Ho 30 minuti per:
fare la programmazione.
stampare la foto formato tessera.
fotocopiare la carta d’identità.
ritoccatina al trucco.
mettere la maglietta “figa” (sempre secondo il mio concetto di figo…cioè…kimonooo).
i tacchi li metto prima di entrare. Non ci so camminare, figuriamoci guidare…
Faccio tutto cercando di non dare nell’occhio.

16:35 – il piccì è di nuovo occupato. Declamazione, dentro di me, composta da: suino femmina + donna di facili costumi. Con una mossa astuta mi approprio della postazione. Stampo.
«Cos’è? La foto di una detenuta?»interviene interessata la mia collega.
«Veramente sono io…» rispondo con falsa ilarità.
Sorrisino falso e imbarazzato di lei. Se ne va.
Bisbiglio ciò che penso di lei: 10 orizzontale (5 lettere) “La città che bruciò a causa del cavallo di legno”.
Guardo la foto. Inquietante. Manca solo la classica targa con il numero….chissenefrega!

17:15 – Sono fuori e sono già in ritardo di 15 minuti…e non mi sono cambiata!.
Con una manovra pericolosissima mi lancio verso la valle. Le curve per arrivare a destinazione sembrano la pista dei maggiolini del gioco “TechnoMage”. Ma la mia Ferrari Eurospin non teme pericoli.

17:20 – E’ tardissimo. Devo trovare il modo di ottimizzare gli unici 5 minuti rimasti. Mi cambio mentre guido. Con un paio di gesti felini sfilo la maglietta…appena in tempo per vedere l’angolazione della curva che sto per imboccare. E’ andata. Sono ancora viva.
Il kimono è a rovescio…declamo, stavolta a pieni polmoni, parola poco ortodossa riferita a parte anatomica maschile.
Incrocio una macchina; al volante individuo di sesso maschile intorno ai settanta. Guarda me e non la strada. Mi specchio nel retrovisore:- però che occhi che ho! I riflessi prugna poi, mi donano proprio!-.
Una vocina nella mia testa mi sussurra:- sei in reggiseno ricordi?-. Abbasso lo sguardo non convinta e mi ricordo che devo mettere il kimono al giusto verso ed infilarlo. Realizzo che il vecchio porco non guardava gli occhi, ma le tette.
La vocina nella mia testa vorrebbe dire ancora la sua, ma la mando in un posto dove ognuno vive le sue fantasie sessuali in modo libero. Chissenefrega!
A tre metri dal semaforo che immette sulla statale, (ossia strada trafficata su cui non sarebbe consigliabile guidare in reggiseno), riesco ad infilare il kimono. Perfetto, ci sono.
Mentre aspetto il verde, mi complimento con me stessa per la mia abilità e anche per il mio spirito di avventura…pensa un po’…non sapevo neanche di averlo!!!!!

17:25 – Parcheggio in una stradina di fianco all’Hotel P. Sono anche fortunata e trovo posto sotto uno spiraglio d’ombra. Ultima operazione per trasformarmi in perfetta “donna da colloquio”: TACCHI. Per un attimo guardo le mie simpatiche babbucce e penso:- stanno così bene e SONO COSI’ COMODE!- La vocina parla prima che io riesca a bloccarla:-Non fare la patetica per una volta che ti metti due centimetri di altezza!-.
Rabbrividisco. Per una frazione di secondo ho la vaga sensazione che la vocina nella mia testa abbia cambiato… “voce”…assumendo…quella di…… caccio via il pensiero prima che si materializzi.
Infilo le scarpe. Molto carine davvero, ma dopo tre metri inizio a sentire un leggero malessere, per un attimo perdo il controllo delle mie caviglie: prima storta. Bene.
Cerco l’ingresso. Un cartello punta verso una scalinata. Inizio a salire, fa un caldo atroce. Mi guardo intorno e la mia intelligenza superiore mi fa intuire che l’edificio è esposto al sole tutto il giorno.
Primo piano: nessuna porta. Continuo a salire. Sta succedendo qualcosa di strano: le mie scarpe si stanno restringendo. La vocina nella mia testa fa la gnorri e non osa parlare.
Secondo piano: niente. Alzo lo sguardo. Tutto è ondulato, che strano!! Immagino di essere su una vecchia Cadillac, in uno stradone del Texas. Colonna sonora di Morricone.
Improvvisamente si accende un’insegna luminosa. Ma dove sono?? Sarà mica Las Vegas?? C’è scritto qualcosa…- Stella di Monsampolo - (frazione di paesino interland marchigiano).
Come non detto.
Continuo a salire. E’ rimasto solo un piano, dunque ci sono. Finalmente una porta…chiusa. La mia intelligenza superiore mi suggerisce che non sia l’ingresso.
Il mia personalità si sdoppia. La metà furba guarda il corpo e dice «Sei una cogliona, lo sai?». Il corpo e la metà cogliona abbassano lo sguardo. Sembrerebbe un sì.

17:35 – Torno indietro. Al termine della scalinata do un calcio al cartello. Il mio piede, già provato dal tacco, impreca e giura di non rivolgermi mai più la parola.
Mi guardo intorno spaesata.
E’ ancora tutto ondulato. Che sia una falla nel sistema Matrix??
La parte ancora cosciente di me sospetta che io stia delirando. La vocina nella mia testa continua a fare la gnorri.
Seguo l’istinto, mi avventuro nel parcheggio.

17:38 – Finalmente una porta con citofono.
«Sì? Chi è?»
«Buona sera, ho appuntamento con la dott.ssa ***».
La porta si apre. Ancora scale. Bisbiglio un’esclamazione di dissenso piuttosto colorita.
Almeno c’è l’aria condizionata.
Alla reception c’è un ragazzo.
«Lei è qui per il colloquio?»
«Sì»
«Hanno rimandato tutto a domani. Non è stata avvertita?»
«No. (…secondo te se ero stata avvertita venivo qui? …mi limito a pensarlo)»
«Mi dispiace»
«Grazie. Buona sera»
Torno giù.
Mentre scendo i bellissimi gradini di marmo lucidati apposta per farti rompere l’osso del collo (…per orgoglio non citerò il numero delle storte…), penso alla dott.ssa *** e a tutto il suo staff.
15 orizzontale: 2 parole, 16 lettere totali, “superlativo di grande al femminile + città che bruciò a causa di un cavallo di legno”.
7 verticale: superlativo di “parola poco ortodossa per indicare parte anatomica maschile”, ripetuto tre volte perché tre è il numero perfetto.
Maledizioni varie.
Sono fuori, di nuovo in Texas. Tolgo le scarpe. Proseguo fino alla macchina scalza.
18:10 – Sono a casa. Prendo il telefono e chiamo Torino.

«Buona sera. Avevo un colloquio per oggi!!!! Non c’era nessuno e nessuno si è degnato di avvertirmi!!!!Voi siete degli incompetenti, dei disonesti e dei quaquarqqquà! Mi fate schifo, voi e la vostra società pidocchiosa! Ho preso un permesso dal lavoro, rischiato di schiantarmi e fatto vedere le tette ad un vecchio porco! No, io non mi calmooooooo. Le spacco il timpano con le mie urla! Ha capito????? Dica alla dott.ssa *** che è una racchia e una ***** (vedi definizione di 10 orizzontale (5 lettere)). Addio per sempre!».

.......scherzavo…......................................................................................................................................................non mi ha risposto nessuno……………………………………………………………….




sabato 19 maggio 2007

I° Capitolo: La leggenda di Robert Johnson

In folk as well in fine art, there are especially gifted individuals who make great advances that preoccupy the less talented for generations afterward. Robert Johnson of Tunica County, Mississippi, was one of these exceptional men. [1]

Figlio illegittimo di Julia Major Dodds (sposata con Charles Dodds) e Noa Johnson, entrambi lavoratori in una piantagione di Huzlehurst, Robert Johnson nacque, probabilmente, l’8 Maggio 1911.
I primi anni di vita li passò vagando da una piantagione all’altra con la madre e due sorelle, poi nel 1914 Charles Dodds (che si era trasferito a Memphis con gli altri 8 figli suoi e di Julia) accettò di prenderlo con sé.
Nel 1918 Julia, che si era risposata con Willie “Dusty” Willis, riprese con sé il figlio; quindi tra il 1918 e il 1920 Robert Leroy Dodds Spenser tornò nel Delta, nella zona di Robinsonville.

La madre e il patrigno non volevano che Robert passasse tutti i sabato sera nelle sale da ballo perché lì l’atmosfera era molto calda. Al ragazzo lavorare nei campi non interessava e il patrigno pensava che volesse scappare di casa e lo controllava perché non venisse da noi…il patrigno di Robert veniva chiamato Dusty perché camminava così velocemente da sollevare autentiche nuvole di polvere attorno a sé. Era un magnifico lavoratore,soprattutto dal punto di vista del padrone, e non sopportava minimamente la musica. Era basso e tarchiato, un vero cavallo da tiro. Fra i due c’era una perenne guerra. [2]
Son House

Le notizie sull’istruzione di Robert, così come quelle di tutta la sua giovane vita, sono incerte: alcuni dicono fosse praticamente analfabeta, altri che sapesse scrivere il suo nome e qualche altra parola e che avesse addirittura una bella grafia (da donna).
Nel 1930 si sposò con Virginia Travis in Penton ma la ragazza, appena sedicenne, morì di parto insieme al bambino; la tragedia influenzò da allora in poi il suo controverso rapporto con le donne.
Per quanto riguarda il suo interesse per la musica, esso non si limitava alla frequentazione delle sale da ballo al seguito dei grandi musicisti del tempo; Robert si avvicinò anche alla pratica strumentale. Le sue prime passioni erano state l’armonica e lo scacciapensieri, solo dopo il matrimonio si era interessato alla chitarra.
E’ doveroso, a questo punto, aprire una breve parentesi sullo stile vocale e strumentale conosciuto col nome di “Delta Blues”. Ebbe origine nella zona di Drew, città nel cuore del Delta del Mississippi, proprio nel periodo in cui nacque Robert Johnson.
Il “Delta Blues” può essere considerato l’espressione più vera e più intensa del genere musicale, il Blues, che nacque e si diffuse originariamente nelle piantagioni del sud per divenire , nel corso dei cinquant’anni successivi, grazie anche al progresso tecnologico (registrazione fonografica), uno dei manifesti più imponenti e longevi della cultura afro-americana.
Il 1930 fu anche l’anno in cui Son House, uno dei più grandi musicisti degli albori del Blues, allievo di Charley Patton, si trasferì a Robinsonville iniziando il suo sodalizio artistico con Willie Brown e fu proprio lui a raccontare ai primi studiosi dell’epoca le vicende da cui trasse origine la leggenda di Robert.
In un’intervista fattagli da Alan Lomax[3] nel 1941 Son House[4] racconta:

Little Robert learned to play quicker than anybody we ever saw round this section. He used to hang round us other fellows at the barrel house when we play a dance and when we take a break he pick up our instruments and try to play. We’d laugh and hurraw him about it, and he’d sull up and go off in a corner and pout. Just as proud as a peafowl and terrible nervy. So then he went off one day, say he goin’ to Arkansas and, when he came back, he was struttin’. Guitar slung round his shoulders and four or five harmonicas stuck in a big broad belt round his waist. And play, that boy could play more blues than air one of us. Folks would say he couldn’t, but we know, us musicians, that he was the man. What little I know, I tought him, but he put his own soundin’ in it, and sing with it, sing all night.
[5]
Son House

Nel mondo del blues erano molte le voci che circolavano sulle capacità straordinarie di alcuni musicisti e Robert, grazie anche all’alone di mistero che lo avvolgeva, alle scarse e contrastanti notizie sulla sua vita, divenne il punto di convergenza di una serie di credenze, il “crocicchio” in cui le superstizioni ed il paganesimo africano incontrarono il timore ed il monoteismo cristiano.
Chiunque lo ascoltasse suonare o fosse venuto in contatto con lui ne rimaneva estasiato. Johnny Shines e Henry Towsend (entrambi musicisti) dicevano che Johnson avesse il potere di stabilire un rapporto intenso con il pubblico e con chi suonava con lui.


Robert piaceva sia agli uomini che alle donne…era impossibile non apprezzarlo perché aveva questa specie di potere.
[6]
Johnny Shines

Un personaggio carismatico con il potere di attirare attenzione ed il dono di capire cosa volesse ascoltare il pubblico. Egli era in grado di suonare qualsiasi cosa in qualunque modo, imitando, anzi, migliorando lo stile di tutti.

Sembrava respirasse le canzoni; magari c’ere la radio accesa e lui parlava, e non ti saresti mai immaginato che ci facesse caso. Poi il pezzo che aveva sentito era capace di rifartelo nota per nota.
[7]
Johnny Shines

Per comprendere meglio il significato intimo di questi personaggi emblematici dovremmo far mente locale e non perdere di vista un fattore di fondamentale importanza: il mondo in cui Johnson e affini si trovarono a vivere.
Siamo verso la metà degli anni ’30 e, non molto lontano dalla realtà rurale delle piantagioni, correvano le automobili e si comunicava con il telefono; Howlin’ Wolf iniziava a suonare la chitarra elettrica, molti si spostavano verso nord, nelle grandi città in cerca di fortuna e di fama. I primi spettacoli organizzati dalle case editrici in cerca di nuovi talenti, l’inevitabile influenza della musica europea, sembravano portare verso l’evoluzione della cultura afroamericana e verso il suo ingresso trionfale nella vita del Paese, ma, nonostante la dilagante modernità, i musicisti del Delta rimasero ancorati ad un’idea di solitudine e vagabondaggio che trovava riscontro solo nella tradizione orale.
Questo il motivo per cui ancora risulta difficile tracciare biografie certe dell’epoca, le stesse storie, provenienti da diverse fonti, risultano discordanti per mancanza di memoria o di interesse.
Nel caso di Robert la complessa situazione familiare, contribuì a confondere le sue tracce: non aveva un vero punto di riferimento, ma si era creato conoscenze e relazioni in tutto il Delta; a dispetto della sua indole solitaria, sembrava costantemente alla ricerca di un appiglio cui aggrappare la sua precaria vita.

Attraverso questa rete egli si muoveva solitario, misterioso, guardingo, quasi diffidente, una specie di codice cifrato. [8]

Quello che mancava a questi giovani pieni di talento era, innanzi tutto, la stabilità, insieme, forse, a prospettive felici per il futuro; almeno nel presente, però, esisteva la convinzione riguardo a ciò di cui non avrebbero mai voluto essere partecipi: raccogliere cotone come i loro genitori in quel mondo rurale estremamente immobile in cui l’unica certezza era un lavoro pesante e dai presupposti degradanti.La musica, il Blues, rappresentò una linea di comunicazione con il mondo esterno, la possibilità di affermare la propria esistenza dove altrimenti sarebbe stata, forse anche deliberatamente, ignorata.



[1] Lomax Alan, The land where the blues began, Minerva, London 1994, pag.13.
[2] Guralnick Peter, Robert Johnson, Arcana, Milano 1991, pag. 21: cit. di un racconto di Son House; tit. Originale, Searching for Robert Johnson, Multiprices, New York 1989.
[3] Alan Lomax, studioso del folklore americano, ha il merito di aver raccolto la più straordinaria testimonianza sul blues. Nel 1941 intraprese un viaggio toccando le città più importanti per la nascita del blues, intervistò e registrò delle jam sessions con Son House, Willie Brown e molti dei musicisti che hanno creato il genere e che suonarono con Robert Johnson.
[4] Nato nel 1902 a Riverton, Mississippi, e morto a Detroit nel 1988, Eddie “Son” House fu uno dei padri fondatori del Delta Blues, mentore e amico di Johnson; a lui si devono molte delle informazioni raccolte sul conto di quest’ultimo. Negli anni ’70, all’apice del Blues Revival, fu rintracciato dopo che ormai si era ritirato dalle scene e fu grazie alle registrazioni e apparizioni di quel periodo che il blues delle origini si trasmise al mondo.
[5] Lomax Alan, The land where the blues began, Minerva, London 1994, pag.16:intervista a Son House.
[6] Guralnick Peter, Robert Johnson, Arcana, Milano 1991, pag. 29: racconto di Johnny Shines; tit. Originale, Searching for Robert Johnson, Multiprices, New York 1989.

[7] Guralnick Peter, Robert Johnson, Arcana, Milano 1991, pag. 32: racconto di Johnny Shines; tit. Originale, Searching for Robert Johnson, Multiprices, New York 1989.
[8] Guralnick Peter, Robert Johnson, Arcana, Milano 1991 , pag. 39.


Da "Dealin' with the Devil, Cultura e Religioni Africane nel Blues" di E.F.