venerdì 30 novembre 2007

La poetica del “double talk”

I woke up this mornin' feelin round for my shoes
Know ‘bout at I got these old walkin blues
I woke up this mornin’ feelin’ round oh for my shoes
but you know ‘bout at I got these old walkin’ blues

Lord I feel like blowin’ my woh-old lonesome home…
Well, some people tell me that the worried blues ain't bad
Worst old feelin’ I mostever had
Well, some people tell me that these old worried blues ain't bad
Its the worst old feelin’ I most ever had

Robert Johnson, “Walking Blues

Il problema d’interpretazione dei testi Blues risiede principalmente nel tipo di linguaggio adottato dai bluesmen e in generale dagli afro-americani.
Il fenomeno del linguaggio cifrato denominato double talk e l’ambiguità che ne deriva rappresentano la tendenza e, forse, la necessità dell’uomo di colore di chiusura nei confronti del mondo esterno. Per essere capiti e interpretati, i double talks devono essere relazionati al processo di sfaldamento della personalità operato dall’uomo bianco sugli afroamericani durante il periodo della schiavitù e all’altrettanto degradante annichilimento dopo l’emancipazione.
Dopo il 1863 la gente di colore ebbe ugualmente la necessità di difendersi, facendo leva sul senso di comunità, espresso anche attraverso l’utilizzo di un gergo.
L’identità del gruppo di base trova la sua origine nel carattere primordiale dell’etnicità: gli individui hanno bisogno di “appartenere” e la necessità può essere soddisfatta all’interno di gruppi aventi la stessa origine e cultura.
La poetica del Blues, e i contenuti religiosi e culturali, in essa celati, assunsero il ruolo di esprimere questo bisogno.
In quel momento storico, il senso di comunità ed i messaggi di critica sociale erano esprimibili attraverso il canale musicale quale facile e immediato mezzo di comunicazione.
Il Blues raggiunse lo scopo utilizzando l’allusività e le metafore proprie della lingua degli antenati, incaricandole di descrivere tutti i momenti essenziali del vivere comunitario del suo popolo.
Sono due i principi rintracciabili nella poetica del double talk: da una parte la chiusura totale verso l’esterno, il camuffamento dei sentimenti, che impedisce all’intruso bianco di sapere e capire, dall’altro la necessità dello stesso afroamericano di esorcizzare la propria precarietà interiore attraverso la creazione di metafore, che chiariscano a se stesso le proprie possibilità di sopravvivenza.
Il senso di isolamento, la costrizione in ghetti rurali e urbani, spinse gli afroamericani a conservare le caratteristiche immagini evocate dall’Africa che, dopo tutto, non aveva mai cessato di essere, anche per chi l’avrebbe mai vista, la patria ideale dell’uomo di colore.
L’apice dell’allusività è rappresentato proprio dalla stessa parola “Blues” che non è solo il nome di un genere musicale, ma si arricchisce di vita propria nei testi delle canzoni.
Il termine rappresenta la personificazione di Entità astratte che arrivano a far visita al cantante-musicista, suggerendogli un sentimento o una storia da raccontare.
Una sorta di musa ispiratrice, invocata o autonoma, che si muove all’interno del discorso poetico con una forza che, a volte, sfugge al controllo e la coscienza dell’autore.
[...continua...]

martedì 20 novembre 2007

IL SEME


Io e te, in costante dissimulazione.
Affonda la tua lama e liberami dalla mia ostinazione.

Noi, nati dal seme dello stesso girasole, divisi e trascinati lontano.
Affonda e sentirai le mie carni gridare l’incompatibilità del mio essere terreno.

Io e te, in equilibrio precario, sospesi tra la terra di cui la bocca è piena e l’etere che respiriamo.
Affonda e conserva la mia bile in una flanella rossa, che ovunque ti ricordi il verde prato dove un tempo eravamo un unico seme in costante evoluzione.

Noi, fatti di inconsistente realtà camminiamo su strade lontane tenendoci per mano.
Affonda senza esitare e ascolta il mio silenzio urlare fino all’ultimo sussurrato errore.

Io e te che inciampiamo sulle radici dello stesso girasole.
Noi, lo stesso seme in un campo inondato dal Sole.

Affonda la tua lama, così che io possa dimenticare ogni forma di amore.
Affonda senza pensare e domani io sarò viva e tu morirai senza emozione.

Noi, in costante attesa di redenzione.
Affonda la tua lama.

Io e te, dispersi nella stessa dimensione.

martedì 6 novembre 2007

FORMICA E GLI OGGETTI VOLANTI


Formica era sulla sua fogliamobile, diretta verso la città vicina quando ad un tratto, mentre si lasciva andare ad un assolo sguaiato della canzone su Radioant, qualcosa attirò la sua attenzione. Alla sua destra, apparsi come dal nulla nel cielo grigio che si srotolava sulle fabbriche della Valle del Progresso, cinque figure sferiche nere volteggiavano in aria.
Formica fermò la fogliamobile sul bordo della superbrecciata e rimase ferma ad osservare.
Il tempo stava cambiando il manto del cielo per cedere alla fase blu del giorno, il momento magico in cui le luci e le ombre si incontrano, sfiorandosi per qualche istante e lasciando intravedere appena forme sconosciute ai nostri occhi.
Un leggero vento caldo iniziò improvvisamente a soffiare da ovest e le sfere si esibirono in una danza circolare, delicata e ipnotica.
Formica si sentiva inquieta, ma non riusciva a distogliere lo sguardo, era imprigionata nel movimento monotono che ora si faceva irregolare. Le sfere si agitavano roteando su se stesse, simulando delle figure geometriche intricate e sconosciute, continuando a seguire il cerchio immaginario come se fossero state legate da un filo invisibile.
Lo spazio al centro del cerchio si aprì.
Formica strizzò gli occhi per vedere meglio e fu come se fosse risucchiata nel buco colorato.
Come per magia si trovò in un prato, allegramente punteggiato da variopinti fiorellini e guardandosi meglio intorno si rese conto di essere circondata da una ventina di esserini, simili ai folletti delle fiabe che la osservavano incuriositi.
Qualcuno, più audace degli altri tentava di avvicinarsi per toccarla, ma si ritirava subito saltellando.
Ognuno di loro aveva una cordicella rossa legata al braccio e alzando lo sguardo, Formica si rese conto che alla corda era legato un palloncino. Fece per alzarsi e tutte le creature gridarono impaurite e, pronunciando parole incomprensibili, si staccarono da terra e rimasero sospesi ai loro palloncini colorati.
Iniziò una specie di danza e le vocine si perdevano nell’aria sottile di quel luogo incantato, intonando musiche irreali eppure simili a qualcosa di conosciuto.
I folletti iniziarono a volteggiare su se stessi, seguendo contemporaneamente una linea immaginaria che si chiudeva in un cerchio e improvvisamente si materializzò un enorme cubo che emetteva luci colorate a intermittenza.
Al centro del cubo c’erano dei segni, linee che si incastravano in forme geometriche.
Formica strizzò ancora gli occhi per cercare di decifrare il messaggio in codice contenuto nello strano oggetto e improvvisamente la vista le si schiarì.
Il primo segno aveva la forma del numero otto, poi c’erano due enormi punti uno sopra l’altro, poi una forma circolare, poi un altro codice misteriosissimo che assomigliava invece al numero cinque!
Doveva essere la lingua segreta del posto ma stranamente assomigliava a segni che Formica aveva visto…ma dove? Dov’è che aveva già visto quel codice segreto?
Non riusciva a ricordare, poi ad un tratto la nenia dei folletti svanì nel nulla per lasciare il posto ad terrificante suono di sirena e il cubo divenne sempre più grande fino a scomporsi e solo il codice rimase visibile.
Ora finalmente si riusciva a leggerlo bene: otto, due punti, zero, cinque…ottoduepuntizerocinque…................ottoduepuntizerocinque………………
ottoduepuntizerocinque…........................................................................................
Mentre Formica ripeteva dentro di se il codice, il cielo si aprì e apparvero le cinque sfere che giravano velocissime, e lei si rese conto di essere di nuovo sulla fogliamobile.
Il vento cambiò e si mosse verso est e gli oggetti volanti cambiarono la direzione del loro moto e muovendosi sempre più lentamente restringevano il cerchio fin quando scomparve.
Un bagliore argentato la costrinse a chiudere gli occhi e quando li riaprì era distesa sul suo giaciglio e al suo fianco il cubosveglia suonava e lampeggiava allegramente segnando le 8:05.
Formica allungò la mano per togliere il suono, ma rimase per un po’ a guardare l’arcobaleno di colori che si alternavano senza stancarsi.
Sorrise e accese la radio sperando di ascoltare la canzoncina dei folletti.