martedì 22 aprile 2008

La Prostituta

La strada umida si srotolava davanti a me, mentre un cerchio di fuoco si separava lentamente dall’orizzonte est di questa città che ogni notte m’imprigiona.
L’aria pungente dell’autunno mi riportava lentamente alla normale realtà, quella dell’uomo comune che la notte abbandona il mondo della veglia per rifugiarsi in una vita migliore.
Io camminavo verso la normalità, quella che non mi appartiene. Io appartengo alla notte che mi incatena a braccia che non mi stringono, a baci che non mi sfiorano, a corpi che mi disgustano.
Puttana di periferia.
Le mie scarpe rosse aggredivano l’asfalto, una punta dietro l’altra, premendo con forte rassegnazione, senza chiedermi perché, senza mai voltarmi indietro per non essere accusata dalla mia ombra che si burla di questa forma umana agghindata di vivaci colori.
I tacchi colpivano con sordo rumore, scandivano la mia solitaria marcia alla luce rossa del fuoco che nasce e desta, con impulsiva gioia, corpi assonnati che barcollano verso la vita. Cerchi concentrici di banale umanità.
Io lascio il cerchio alle prime luci dell’alba, confine del mio perverso mondo. L’anima si contorce di mille pensieri, filtra la bugia per ingannare la verità, mentre cammino stringendomi nel mio costume di scena, io pagliaccio del circo della vanità.
Camminavo e rallentai il passo per poterlo osservare.
Il vecchio Luna Park riposa alla luce del sole, come me, assopito nel suo triste riposo, senza stanchezza, rabbioso per le ferite di ruggine che gli anni inclementi e le stagioni non dimenticano di decretare, mentre le luci si accendono ogni sera, di brillanti colori che diventano nastri soffusi nella velocità della corsa. Noi ci sporgiamo e guardiamo in basso dalla giostra che gira mischiando l’odore legnoso di zucchero filato all’aria pungente della sera… inutilmente ci sporgiamo.
In equilibrio precario cerchiamo di afferrare il nastro rosso.
La giostra gira e il mio seggiolino, aggrappato alla catena, vola sempre più in alto, ma la mia mano non si distende, rimane stretta alle sponde di questa gabbia perché ho paura di cadere. Un lungo salto nel vuoto.
Io, puttana della terza via, a sinistra del viale, in fondo al pozzo della mia inevitabile perdizione, guardo verso l’alto e vedo il mondo che vive, quando io sono troppo stanca e vuota anche per dormire.
Osservo i fiori che di notte non posso vedere perché non c’è luce nella terza via, se non quella delle macchine che lentamente si avvicinano al marciapiede.
Infima soluzione alla tristezza, Io vendo dosi di metamore.
Maledetta dalle donne, sciolgo i gioghi del loro buon gusto e riaccendo i fuochi del loro perduto amore.
Dal fondo della mia gabbia, guardo in alto. Potessi almeno vedere la Luna!
Gli sguardi a me si attaccano, come l’asfalto sciolto dal sole, ma oltrepassandomi mi trafiggono, ignorandomi mi precludono la forma umana che riveste il mio corpo di puttana.
Il vecchio era lì, accartocciato come un foglio di carta sulle sue ginocchia, sulla solitaria panchina del viale.
Mi avvicinai e mi sedetti. Il vecchio era curvo sulla sua muta figura, ma mosse una mano verso di me porgendomi un foglio di carta ingiallito.
Mi guardò. I suoi occhi avevano il colore del cielo riflesso nel ghiaccio perenne.
Il tempo aveva disegnato sul suo viso mille strade parallele, segmentate da vicoli irregolari incatenati in profondi abbracci.
Sorrise timidamente e mi disse: “Scrivi su questo foglio quello che sai”.
Scrissi fino a che il sole non fu pieno del suo calore, poi tornai a casa e nel tragitto, camminai dimenticandomi di avere ancora la mia divisa di puttana.

giovedì 10 aprile 2008

The Crossroad (da Dealin' with the Devil, Cultura e religioni Africane nel Blues di E. F.)

The Crossroad is a place where two roads cross at or about right angles and is the subject of religious and folkloric belief all around the world.[1]

La pratica di rituali nei crocicchi conta innumerevoli esempi e testimonianze. Tutti i luoghi comuni sono riconducibili ad una serie d’antiche credenze provenienti un po’ da tutto il mondo.
Nell’antica Grecia, statue commemorative del dio Hermes erano poste nei crocicchi; stessa cosa per il Dio romano Mercurio che ne era considerato il guardiano.
In India, il dio Bhairava, antica versione del grande Dio Siva, vegliava sui crocicchi fuori del circondario dei villaggi e proteggeva le anime dei defunti.
Il folklore africano è probabilmente quello più ricco sotto questo punto di vista. Ogni gruppo culturale aveva la propria versione del “Crossroad God”. Legba, Ellegua, Elegbara, Eshu, Exu, Nbumba Nizla, e Pomba Gira sono alcuni dei nomi africani o afroamericani per designare il Dio guardiano che apriva la via verso l’Aldilà, faceva da intermediario tra il mondo dei vivi e quello dei morti e insegnava mestieri.
Quando il Cristianesimo fu imposto alla cultura africana, questi Dei, che non avevano corrispondenza né affinità con il monoteismo o con i santi, furono etichettati come demoni.
Da questa sovrapposizione di idee nacque la leggenda secondo cui si poteva incontrare il Diavolo ai crocicchi.
La considerazione negativa di tali luoghi e delle apparizioni che lì si verificavano, probabilmente deriva anche dall’influenza di certe leggende celtiche, secondo cui i corpi degli atei o dei criminali erano seppelliti fuori delle mura delle città, in corrispondenza di crocicchi, per preservare il terreno consacrato dalla loro influenza negativa.
Il Diavolo del crossroad era la personificazione di questi spiriti maledetti investiti dei nefandi poteri degli Inferi.
Il crocicchio, quindi, diviene metafora costruita su elementi presi a prestito dalle leggende delle culture che s’incontrarono nel continente americano.
Esso è il luogo di confine tra il terreno e l’ultraterreno, ai margini del civilizzato; un posto che in realtà non apparteneva a nessuno, terreno neutrale perfetto per essere trasformato in un altare in cui fare offerte e praticare rituali magici.
In realtà la fama del crossroad era legata proprio alla possibilità di imparare a governare perfettamente una particolare abilità.
Nelle varie descrizioni dei rituali, infatti, si dice necessario portare sul luogo del rito l’oggetto di cui si desidera acquistare la padronanza.

As this ritual is usually described, you bring the item you want to master – your banjo, guitar, fiddle, deck of cards, or dice – and wait at the crossroads on three or nine specified nights or mornings. On your successive visit, you may witness the mysterious appearances of a series of animals. On your last visit, a big black man will arrive. If you are not afraid and do not run away, he will ask to borrow the item you wish to learn. He will show you the proper way to use the item by using it himself. When he returns it to you, you will suddenly have the gift of greatness. [2]

La credenza che i musicisti, a partire da Robert Johnson, stipulassero patti col “diavolo” probabilmente è un’interpretazione inesatta dei rituali praticati (o praticabili) nei crocicchi. Le stesse comunità nere del sud spesso hanno nominato queste entità con tale termine ma, nessuno ha mai parlato di “Satana” con il significato cristiano del termine, o di anime vendute con il significato che nella tradizione europea medievale è esemplificata dalla già citata leggenda di Faust.
Nei casi in cui il “soul selling” viene menzionato, non è comunque previsto un pegno da scontare in antri infuocati di un Inferno dantesco.
La stessa tipologia delle “richieste” e, soprattutto, il loro fine si discosta dai sogni di gloria e di potere caratteristici di personaggi quali Faust o analoghi.
Come si nota nelle testimonianze raccolte da alcuni studiosi, la pratica di tali rituali è generalmente finalizzata ad ottenere un beneficio pratico, utile alla vita quotidiana.
La divinità del crocicchio non è altro che una reminiscenza o quello che resta del politeismo africano, e solo nell’interpretazione dei bianchi può confondersi con “Satana”, eterno avversario del Dio monoteistico delle religioni Cristiana, Ebrea e Islamica. [...]

[1] www.luckymojo.com, the crossroad rituals, 24/11/2003.
[2] www.luckymojo.com, the crossroad rituals, 24/11/2003.